Due scrittori a confronto sull’arte del romanzo. Stefano Benni e Jonathan Coe hanno in comune l’ironia, l’abilità nel raccontare tic, vizi e tabù del proprio paese, la passione politica. Hanno dialogato ieri sera davanti a un folto pubblico all’Istituto Italiano di Cultura di Londra, che conduce una serie di incontri fra autori italiani e inglesi. L’occasione è l’uscita della traduzione inglese di Margherita Dolcevita, ultimo romanzo di Benni, e la rappresentazione in un teatro londinese di Misterioso, il suo spettacolo sul jazz, tutto esaurito per cinque sere. Coe, l’autore di La famiglia Winshaw, La banda dei brocchi, Il circolo chiuso, tutti tradotti in Italia con grande successo, di romanzo ha appena terminato di scriverne uno. Ecco una sintesi della conversazione.

I vostri libri si possono leggere come una cronaca dell’Italia e della Gran Bretagna contemporanee. Una cronaca surreale, fantastica, per Benni; più realistica, per Coe. Siete d’accordo?
Benni Qualcuno ha parlato di realismo magico per Margherita Dolcevita. Mi va bene, tanto ogni lettore legge in modo differente.
Coe Leggendo il romanzo di Stefano, ho invidiato la sua straordinaria immaginazione. Io sono fedele alla tradizione di realismo sociale della narrativa inglese. Ma è uno stile che fatica a rappresentare una realtà in accelerata trasformazione.

La narrativa riproduce efficacemente la realtà?
B. Occorre distanza per giudicare. Oggi possiamo dire cosa sono stati Pasolini, Gadda, Volponi, Calvino; per gli scrittori odierni bisognerà aspettare un po’ di tempo. Ci sono scrittori che desiderano soltanto scrivere libri di cui si può dire: com’è facile da leggere, come scorre! Io preferisco libri un po’ mostruosi, complessi, diversi dalla semplificazione televisiva. Perché l’Italia è un paese complesso, da vivere e da descrivere.
C. Anche il realismo può diventare un cliché. Un suo limite è che non è più adeguato, come dicevo, alla rapida evoluzione tecnologica. Un altro è posto dalla globalizzazione. In La famiglia Winshaw raccontavo un pezzo di vita inglese, con riferimenti tutti inglesi. Ma ha ancora senso scrivere così? Credo che andiamo verso forme espressive, nel romanzo come nella musica e nell’arte, che sappiano parlare di una realtà più globale. Come per esempio il film di Borat: un comico inglese, che fa la parte di un kazako, che si aggira per l’America, facendo ridere il mondo intero.

Lei, Benni, si sente uno scrittore comico?
B. È una definizione di cui essere orgogliosi, anche se scrivere per me è come suonare i diversi strumenti di un’orchestra, e c’è il comico, il drammatico, il tragico. Comicità, per me, significa porre dei dubbi, spingere a interrogarsi sulle cose. Non mi piace un certo tipo di comicità moderna, senza sorprese, dove tutto è scontato, iterato. Essere comici non sempre ti salva dalla banalità. Ogni tanto mi accorgo che sul comico dico le stesse cose da vent’anni, ahimè.
C. Saper far ridere è un grande sfida, induce a vedere la vita da una prospettiva differente. Noi inglesi abbiamo notoriamente la capacità di ridere di noi stessi, il famoso sense of humour: ma attenzione, è anche un modo di mettere le mani avanti, di smorzare le critiche prima che vengano pronunciate. L’Impero britannico è stato costruito anche su questa autoironia, e non a caso ancora oggi ogni uomo politico anglosassone comincia i suoi discorsi con qualche battuta autoironica. Anni fa c’era un programma comico di marionette alla tivù, e i nostri politici facevano a gara per esservi rappresentati. Era come una medaglia al valore.

I politici italiani sono un po’ differenti. Da dove viene, Benni, la nostra tradizione comica?
B. Potrei dire da Plauto, ma basta arrivare a Totò. Ripeto sempre che gli italiani si possono distinguere in due categorie: i leinonsachisonoionisti e i mamifacciailpiaceristi, ricordando la famosa scena del vagone. La nostra migliore comicità è un’ironia sferzante, ribelle, affamata, che parte dal basso.

Italia e Inghilterra diversi anche nel comico, dunque: lo humour inglese viene dall’alto, quello italiano dal basso. Restando in argomento, è vero lo stereotipo secondo cui il comico è triste e malinconico in privato?
B. C’è sempre una necessaria tristezza nella comicità. Se pensiamo appunto a Totò, a Stanlio e Ollio, a Chaplin, di loro ricordiamo la maschera triste, non quella più ridanciana. La comicità, del resto, è anche attenzione e sentimento. Il suo opposto non è il tragico, ma l’indifferenza.

E da dove viene la capacità di far ridere?
B. Non lo so. A volte rido di quello che scrivo, e penso, se funziona per me, funzionerà per i lettori. Ma come regola non vale sempre. Certi lettori di Margherita Dolcevita mi dicono che la prima parte del libro è comica e la seconda è più seria, altri sostengono il contrario. C’è un mistero nella comicità.
C. Ultimamente ho perso il mio senso dell’umorismo. Nel romanzo che ho appena finito di scrivere, non ce n’è traccia, e dire che una volta dicevo di odiare i romanzi senza humour. Però ho già in mente un altro romanzo che parte da una cosa molto buffa, una barzelletta. In generale ritengo la comicità superiore alla tragedia, perché nel comico c’è sempre anche un messaggio serio.

Leggendo Margherita Dolcevita mi sono chiesto, Stefano, se ti piace Jacques Tati.
B. Sì, mi piace, e mi piace Dario Fo, che è un grande ammiratore di Tati.
C. Penso che i critici abbiano sottovalutato Tati, considerandolo un peso piuma, mentre anche in lui, secondo me, c’era un forte messaggio politico, anti-autoritario, anti-totalitario.
B. Anch’io vorrei chiederti una cosa, ci sono molti personaggi nei tuoi libri.
C. Qualcuno pensa che ce ne siano troppi.
B. Qualcuno lo pensa anche dei miei libri. Si dice che troppi personaggi causino confusione, mentre io credo che un cattivo scrittore possa fare confusione anche con un personaggio solo. Ma voglio chiederti se ti succede che un personaggio ti prenda la mano, che domandi più spazio di quello che gli avevi riservato oppure che sparisca nell’ombra di una pagina.
C. Sono piuttosto dittatoriale con i miei personaggi, se qualcuno prova a pretendere più spazio lo rimetto al suo posto. Ma per esempio quest’ultimo libro volevo farlo molto semplice, diverso da tutti gli altri, e alla fine i personaggi hanno cambiato un po’ i miei piani, prendendo il sopravvento, per cui penso che tu abbia ragione.

Prima, Coe, lei parlava dell’evoluzione tecnologica. Vale anche per i libri? Ci saranno sempre i libri di carta?
C. A me non dispiacerebbe avere a portata di mano un libro elettronico, uno schermetto plastificato pieghevole dove, premendo un pulsante, puoi leggere tutti i libri del pianeta.
B. Io preferisco la carta, le pagine da sfogliare. Comunque i libri hanno resistito all’avvento del cinema, della radio, della televisione, di Internet, penso che in una forma o nell’altra sopravviveranno anche a qualsiasi evoluzione tecnologica.

Voi come li scrivete, i libri?
B. Scrivo le poesie a mano, non so perché. Le prime due-tre versioni dei romanzi, invece, le scrivo con una vecchia macchina da scrivere, poi le trascrivo sul computer per altre riscritture.

Perché la macchina da scrivere?
B. Perché cancellare una frase e rifare tutto è più doloroso che sul computer, si perde più tempo, sei costretto a riflettere di più.
C. Io sono diventato schiavo del computer, tanto che quando non ce l’ho penso di non saper scrivere più niente. E invece questa estate, mentre ero in Sardegna per un festival letterario, mi sono ricordato che esistono anche la mano e la penna, e sono riuscito a trovare l’ispirazione lo stesso con mia grande gioia.

A proposito di gioia, quale è stato il vostro momento più felice, come scrittori?
C. Sono felice ogni volta che finisco di scrivere due o tre pagine, con soddisfazione. Ma la vera felicità è quella della vita, nessuna è comparabile a quella che ho provato alla nascita delle mie figlie.
B. Per me è stato bellissimo ed emozionante quando ho visto per la prima volta mio figlio leggere un mio libro. Però adesso non sono più nella sua "top ten" di scrittori. Prima che venissi qui a Londra mi ha detto: vai a discutere con Coe? Ah, lui sì che è più bravo di te!
Stefano Benni

Stefano Benni

Stefano Benni è nato a Bologna nel 1947. Con Feltrinelli ha pubblicato: Prima o poi l’amore arriva (1981), Terra! (1983), Stranalandia, con disegni di Pirro Cuniberti (1984), Comici spaventati guerrieri (1986), Il bar sotto il mare (1987), Baol (1990), Ballate (1991), La Compagnia dei Celestini (1992), L’ultima lacrima (1994), Elianto (1996), Bar Sport (1996; Edizione speciale, 2016), Bar Sport Duemila (1997), Blues in sedici (1998), Teatro (1999), Spiriti (2000), Dottor Niù. Corsivi diabolici per tragedie evitabili (2001), Saltatempo (2001), Teatro 2 (2003), Achille piè veloce (2003), Margherita Dolcevita (2005), Misterioso. Viaggio nel silenzio di Thelonious Monk (2005), La grammatica di Dio. Storie di solitudine e allegria (2007), Pane e tempesta (2009), Le Beatrici (2011; “Audiolibri Emons-Feltrinelli”, 2012), Fen il fenomeno (con Luca Ralli; 2011), Di tutte le ricchezze (2012; “Audiolibri Emons-Feltrinelli”, 2012), Pantera (con Luca Ralli; 2014), Cari mostri (2015), Prendiluna (2017), Teatro 3 (2017), Dancing Paradiso (2019) e, nella collana digitale Zoom Flash, Frate Zitto (2011) e L’ora più bella (2012). Nell'area audiolibri ha letto: La terra desolata di T.S. Eliot (Full Color Sound), Novecento di Alessandro Baricco (Emons-Feltrinelli, 2011) e il suo Di tutte le ricchezze (Emons-Feltrinelli, 2012).

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