È un poco scettico sulle speranze italiane che Romano Prodi possa già nelle prossime ore firmare l’accordo per la costruzione di un secondo gasdotto dall’Algeria verso il nostro Paese. Ma per il resto il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, 69 anni, accoglie il premier italiano a braccia aperte. ‟Ci attendiamo l’intensificarsi dei contratti con le piccole e medie imprese italiane” dice al Corriere. Minimizza sulla pur grave incognita del terrorismo interno, che negli ultimi tempi sta rialzando la testa. E non fa parola dei suoi problemi di salute. Anche se una parte della stampa algerina mette sempre più l’accento sull’aggravarsi del suo tumore allo stomaco e sui lunghi periodi di cura a Parigi. Bouteflika vorrebbe addirittura modificare la costituzione per garantirsi il terzo mandato (eletto nel 1999, è stato riconfermato dal 2004 al 2009). Ma l’opposizione si chiede se sarà in grado di governare anche solo per i prossimi due anni.

Signor presidente, a che punto siamo con il progetto di costruzione del nuovo gasdotto verso l’Italia, il cosiddetto ‟Galsi”? La visita di Prodi ne garantisce la rapida realizzazione?
Il progetto traduce la nostra comune volontà di rafforzare in modo significativo le relazioni bilaterali. Il gasdotto ha importanza strategica non solo per Algeria e Italia, ma per tutta l’Europa e il partenariato euro-mediterraneo in generale. Ricordo che la società Galsi venne fondata nel gennaio 2003 in partenariato con l’algerina Sonatrach e diverse imprese europee, in maggioranza italiane. Alcune lettere di intenti erano state firmate nel marzo 2005 a Milano e una delegazione della Sonatrach verrà in Italia prima della fine dell’anno per finalizzare gli accordi dell’avvio ai lavori del gasdotto, che dovrà essere pronto entro il 2009.

Cosa dirà a Prodi?
È un amico, ha la mia massima stima personale. Con lui affronterò tutte le questioni di interesse comune, già indicate nel Trattato di amicizia e cooperazione firmato nel 2003. Noto con piacere lo sviluppo di posizioni forti e interessanti sviluppate dal nuovo governo italiano su temi fondamentali di politica internazionale e apprezzo la convergenza con le nostre. L’Italia ricopre un ruolo chiave nella missione Onu in Libano e vediamo come una tappa positiva il ritiro del vostro contingente dall’Iraq. Tutto ciò assicura tra l’altro alle imprese italiane un posto di primo piano nello spazio economico algerino e nei nostri sforzi di sviluppo nazionale. Non esiste alcuna divergenza significativa tra i due Paesi, al contrario ci sono affinità e simpatie che si sono affermate nei momenti difficili. Gli scambi commerciali hanno raggiunto i 9 miliardi di dollari nel 2005. Ciò pone l’Italia al secondo posto tra i nostri partner.

Vi è stato di recente l’annuncio di un’alleanza tra Al Qaeda e gli estremisti islamici algerini legati al ‟Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento”. È questa la causa del riemergere del terrorismo in Algeria?
Il nostro Paese ha definitivamente battuto il terrorismo. Assistiamo solamente ad atti violenti commessi da individui isolati. Questa è una realtà evidente nel ritorno della pace, la stabilità e la sicurezza. Noi siamo la prova che il terrorismo può essere vinto. Ma si tratta di un fenomeno complesso, che non ha soluzioni semplici. Oltre alle misure di sicurezza, che sono indispensabili, occorre una gamma di provvedimenti politici, economici, sociali e culturali che diano risposte alle origini sotterranee del fenomeno.

E la possibilità di infiltrazioni di terroristi provenienti dall’estero, specie dall’Iraq?
Le nostre forze di sicurezza hanno un buon grado di addestramento e beneficiano del coordinamento con altre forze di polizia sub-sahariane. Ma è anche vero che il nostro è un Paese immenso, ha oltre 7.000 chilometri di frontiere marittime e terrestri. Sarebbe illusorio pretendere un controllo totale su un territorio tanto vasto. In ogni caso la lotta al terrorismo necessita di una risposta internazionale coordinata.

Eppure siete riusciti bene a fermare l’immigrazione clandestina. Come mai in Italia vediamo pochi arrivi dall’Algeria rispetto a Marocco e Tunisia?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una recrudescenza dell’immigrazione clandestina verso il nostro Paese. Ci sono però due motivi per cui pochi tra i nostri giovani cercano di approdare sulle coste italiane. In primo luogo il miglioramento delle condizioni di vita e i programmi di impiego lanciati dal governo. E, secondariamente, l’efficacia della nostra marina. Avviene per contro che molti immigranti dalle regioni sub-sahariane decidano di lavorare e stabilirsi da noi, anche nelle zone desertiche del sud. Il fenomeno sta assumendo dimensioni allarmanti e necessita dell’aiuto mondiale per essere affrontato. Occorre un piano internazionale di sviluppo economico dell’Africa: sono necessari forti investimenti per creare nuovi posti di lavoro. Invece i nostri partner occidentali continuano a privilegiare le misure di sicurezza a scapito di un approccio globale, fondato sullo sviluppo.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>