Una conferenza internazionale sull'Afghanistan? ‟Sono molto contento che il vostro vicepremier Massimo D'Alema abbia fatto questa proposta. Ma in una conferenza simile la cosa che conta è sapere l'obiettivo, a cosa vuole puntare”, dice il signor Mir Ahmad Joyenda, deputato al parlamento afghano e membro autorevole della commissione affari esteri. Lavora in un ufficio distaccato del parlamento, in un nuovissimo elegante villino circondato da uffici di rappresentanza di imprese multinazionali e da alcune pietre miliari dela storia recente di Kabul: le rovine mai riattate del centro culturale costruito dai sovietici, il recinto dell'ambasciata del'Urss, la cupola ancora incompleta di un'imponente moschea in costruzione finanziata con soldi iraniani, infine la nuovissima sede del parlamento repubblicano eletto nel settembre del 2005. Il signor Joyenda, un elegante signore dai capelli bianchi, vi è stato eletto come indipendente, candidato della ‟Fondazione per la cultura e la società civile” che lui stesso ha contribuito a fondare tre anni fa.
‟La vita degli afghani non è cambiata molto negli ultimi cinque anni. La ricostruzione non è partita. La riforma del sistema giudiziario, affidata all'Italia, è stata un fallimento - speriamo solo che la nomina di un capo di Corte suprema sia un segno positivo. Il sistema legale non c'è, la corruzione dilaga, l'impunità è totale”. Mir Joyenda è di quelli che non hanno mai lasciato Kabul, tiene a dire, né durante la guerra civile che ha dissanguato la città e neppure negli anni bui dei taleban.
Una nuova conferenza ‟sarà importante se avrà un'ordine del giorno preciso e se tutta la società afghana vi sarà rappresentata: le professioni, l'università, le associazioni per i diritti umani, le organizzazioni non governative. Tutte le parti politiche, gli ex comunisti, gli ex mojaheddin, gli ex taleban: ma non chi ha sangue sulle mani”. Come invece è successo alla Conferenza di Bonn, che nel 2001 ha disegnato l'attuale assetto politico afghano. ‟Dovranno esserci tutte le componenti etniche del paese. Ma le etnie non sono rappresentate dagli ex mojaheddin, e invece a Bonn hanno chiamato i comandanti mojaheddin e hanno detto ecco, le etnie sono rappresentate. La comunità internazionale ha legittimato i signori della guerra: ora hanno armi, cariche, potere”.
Una nuova conferenza, dice Joyenda, ‟deve dettare priorità precise: sviluppo, istruzione, lavoro. Oggi gli afghani si preoccupano della siccità, della disoccupazione, del conflitto che continua. Bisogna che lo stato sia in grado di fornire servizi. E legalità. Ma se un funzionario è pagato 50 dollari al mese e un trafficante d'oppio gliene offre centinaia, cosa vi aspettate che faccia?” La nuova conferenza ovviamente tratterà della sicurezza e dell'insurrezione antigovernativa, prosegue: ‟E' importante però mettere a fuoco l'aspetto internazionale del terrorismo in Afghanistan. Quando viene preso un combattente, o uno che stava portando dell'esplosivo, invariabilmente racconta che è stato addestrato in Pakistan. il Daily Outlook Afghanistan, riporta notizie di confessioni simili, ndr]. E' ben nota la rete delle madrassah della frontiera pakistana, quella di Akhora Khattak e le altre”. La scuola, che è in Pakistan, è gestita da un noto leader religioso-politico del partito Jamiat Ulema-e Islami, che rivendica il suo storico legame con i Taleban anche se respinge l'accusa di addestrare terroristi. ‟A Islamabad non sono convinti che sia un problema - continua Joyenda - ma anche in Pakistan ci sono diversi centri di potere. Bisogna che la comunità internazionale faccia pressioni serie sul Pakistan perché tagli il retroterra ai taleban. E faccia poi pressioni su quei paesi del Golfo da cui vengono i sostegni finanziari ai taleban e agli "stranieri" di al Qaeda”.
In Italia si discute di ritirare le truppe. ‟Sarebbe un nuovo, grosso errore”, ribatte Joyenda. ‟Quando i russi sono andati via, in breve è scoppiata la guerra civile e ora sarebbe lo stesso. Abbiamo tremila chilometri di frontiera aperta con il Pakistan, l'Afghanistan tornerebbe a essere la piattaforma di lancio del terrorismo internazionale. E qui, migliaia di afghani sarebbero uccisi - a cominciare dalla società civile organizzata che sta emergendo a fatica”. Al momento non c'è alternativa alla forza internazionale, conclude - purché ‟non resti in mano agli americani”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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