Di fronte a fatti repellenti del nostro paese, non c'è politico o giornalista che non si affretti a dire che, alla fin fine, si tratta di una deviazione. I deviati per eccellenza - è noto - sono i servizi segreti. Ma in realtà si devìa in ogni settore: la telefonia devia, la guardia di finanza devìa, deviano gli industriali, devia il calcio, i partiti e le chiese, deviano gli amministratori locali, i magistrati, gli insegnanti, gli studenti, i parlamentari, deviano dall'ordine le forze dell'ordine, deviano insomma i cittadini di ogni ruolo e rango, borghesi, proletari, barboni, ragazzi, adulti e vecchi, colti e incolti.
Perché allora tutte le volte che disegni e azioni abominevoli vengono alla luce, non si dice: è il sistema che è bacato, ma scatta invece la tesi: si tratta di mele marce rotolate giù per il pendio? Perché la seconda formulazione è considerata meno allarmante e, nella patria del qualunquismo, più adatta ad arginare la sfiducia verso le istituzioni. Disfunzione di tutti i servizi (quelli segreti e quelli palesi), illegalità diffusa, legalizzazione alla bisogna dell'illegale, saccheggio della cosa pubblica, violenza sui più deboli, legami con camorra, mafia, 'ndrangheta? Si preferisce credere, o fingere di credere, che si tratti sempre e solo di marciume occasionale in un sistema sano, gestito da un cetopolitico-amministrativo meraviglioso e sempre sul punto di reagire alla grande con il sostegno dell'intero paese. L'ipotesi di un sistema cariato - si pensa - genererebbe angoscia, affievolirebbe la speranza, farebbe crescere l'astensionismo elettorale con chissà quali terribili esiti per la democrazia. Meglio dire: non esageriamo, le cose non vanno affatto male; meglio abboccare alla tesi della deviazione. Se non lo facessimo, resterebbe solo la nuda realtà di un paese fragile, dove non solo lo stato è sempre più pieno di crepe, ma - ed è quello che conta - la stessa civile capacità di controllo politico ed etico langue e, quando coraggiosamente non langue, o è messa a tacere o è cooptata nel gioco delle parti.
Eppure non è fingere di essere sani che salva, ma una diagnosi chiara di malattia. Proviamo dunque a dirci che tutte le manifestazioni che definiamo deviate sono, da quando abbiamo memoria, la norma. Proviamo a dirci che una deviazione è caso mai chi fa la cosa giusta, la poca gente che continua a battersi ogni giorno in situazioni difficili, anche a rischio della pelle. Forse sentiremo di più la necessità di reagire.
Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto l’insegnante e il redattore delle pagine culturali del ‟Manifesto”. Oltre a opere narrative, ha scritto molti libri sulla vita scolastica (da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti e Auguri, professore di Riccardo Milani). Con Feltrinelli ha pubblicato Ex cattedra (1985, 1989, poi ampliato in Ex cattedra e altre storie di scuola nel 2006), Il salto con le aste (1989), Segni d’oro (1990), Fuori registro (1991), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo), Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (1995), La retta via. Otto storie di obiettivi mancati (1996), Via Gemito (2000, premi Strega e Napoli 2001), Labilità (2005, premi Flaiano e Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007); con Einaudi, Spavento (2009), Autobiografia erotica di Aristide Gambia (2011) Lacci (2014), Scherzetto (2016), Le false resurrezioni (2018); ; con minimum fax, Fare scene. Una storia di cinema (2010). Ha inoltre introdotto, per i “Classici” Feltrinelli, Cuore (1993) di Edmondo De Amicis, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1994) di Ugo Foscolo e Lord Jim (2002) di Joseph Conrad.

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