Un altro smacco per Uribe e Bush. Lunedì scorso il tribunale di Washington ha annullato il processo contro Ricardo Palmera, più conosciuto come Simón Trinidad, non ritenendo sufficienti le prove a suo carico per il sequestro di tre agenti della Cia (avvenuto dopo l'abbattimento, il 13 febbraio 2003, del loro aereo spia nella regione pre-amazzonica del Caquetà).
Catturato nel gennaio dell'anno successivo a Quito, dove avrebbe dovuto incontrarsi con emissari del governo francese per organizzare la liberazione dell'esponente ecologista Ingrid Betancourt (prigioniera dei ribelli dal 2002), il comandante guerrigliero fu successivamente estradato negli Usa dal governo di Bogotà, con una decisione che apparve un regalo a Bush e una sfida alle Farc. Frana dunque il progetto di Uribe di equiparare la guerriglia colombiana a una gang di banditi. La giuria non ha creduto ai principali testimoni d'accusa: ai poliziotti colombiani che hanno parlato di intercettazioni compromettenti senza riuscire a produrne nemmeno una, e neanche alla ex guerrigliera che è arrivata a sostenere di essere stata addetta alla ricetrasmittente del plotone diretto da Trinidad quando aveva solo nove anni ed era analfabeta. Al contrario, vari giurati si sono fatti persuadere dall'imputato. Secondo l'inviato del quotidiano El Tiempo, Trinidad ‟ha lasciato l'impressione di essere sinceramente convinto della giustezza della sua causa”, dimostrandosi ‟un uomo educato, di una famiglia eminente, costretto ad impugnare le armi per difendersi dallo stato che, secondo lui, stava sterminando la sinistra legale”. E, quindi, ‟non un criminale senz'anima, come hanno voluto presentarlo”.
Quando il giudice ha dichiarato nullo il processo, Trinidad non è riuscito a fare a meno di alzare il pugno chiuso in segno di vittoria. La comandancia delle Farc, nei giorni scorsi, aveva inviato una lettera aperta ad alcuni noti intellettuali statunitensi (tra i quali Noam Chomsky, Oliver Stone, Michael Moore, l'attore Denzel Washington) per invitarli a sostenere lo scambio di prigionieri tra la Casa Bianca e le stesse Farc (i tre agenti Cia per Trinidad e l'altra estradata negli Usa, Sonia, presunta responsabile delle finanze del Bloque Sur): una mossa insolita per una guerriglia dimostratasi finora restia alla battaglia mediatica.
L'esito, pur parziale, del processo di Washington potrebbe servire anche a riconsiderare la natura delle Farc in Europa, definite un ‟gruppo terrorista”, ubbidendo ai diktat statunitensi post-11 settembre, e liquidate troppo frequentemente anche negli ambienti progressisti con l'epiteto di ‟narcoguerriglia”. Se è ampiamente dimostrato che le Farc si sostentano anche con la droga, tassando qualunque attività legata al suo ciclo produttivo (come fanno d'altronde con i sequestri e con qualunque ricchezza esistente nelle zone da loro controllate), i veri narcos legati alle mafie internazionali sono i paramilitari, generati, cresciuti e difesi dallo stato colombiano. È di ieri la notizia dell'incriminazione del loro leader, l'italo-colombiano Salvatore Mancuso, promotore di una vasta rete di trafficanti di cocaina, in seguito all'operazione ‟Galloway Tiburón”, realizzata da 250 agenti della polizia colombiana, italiana e spagnola. Se è certo che Alvaro Uribe non concederà l'estradizione del suo più grande elettore e socio nella ‟guerra sporca” colombiana (oltre ad essere suo vicino di tenuta nella regione atlantica dell'Urabà, regno incontrastato delle cosiddette Autodefensas), viene da chiedersi se la giustizia italiana ne farà almeno formale richiesta.
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

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