Siamo un Paese veramente strano. La fiction "Il padre delle spose", decorosissima storia popolare incentrata sul rapporto tra un padre e una figlia omosessuale, pare fatta apposta per suscitare i migliori sentimenti, in mezzo a tanto cinismo da palinsesto. E viene duramente cazziata proprio da quei cattolici timorati, come la senatrice Binetti, che un giorno sì e l’altro pure lamentano la scostumatezza dei tempi, la crisi dei valori, la morte delle virtù e il collasso della pietà. (Tra l’altro la stessa Binetti, in un sussulto di onestà intellettuale davvero autolesionista, ammette di non avere mai visto la fiction che tanto la turba).
Ora, purtroppo, la sola deduzione possibile è questa: che tra spettacoli con omosessuali gentili, e spettacoli con eterosessuali burini oppure stronzi, la preferenza "morale" di alcuni ambienti cattolici va dritta filata ai secondi. Pavlovianamente, per istinto, per riflesso meccanico. A dimostrazione che non è affatto la moralità a contare, ma il moralismo. Che non importa un fico, in certe parrocchie, la qualità delle persone o delle vite o delle sceneggiature. Importa che sia fatto salvo lo schemino rassicurante entro il quale, poi, può accadere senza scandalo qualunque ipocrisia o zozzeria.

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