Diverse da Chi? Così si intitola la manifestazione che si svolge oggi pomeriggio a Brescia (alle 15 piazza della Loggia) in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L'hanno indetta Arcilesbica e Arcigay, con l'adesione di partiti, movimenti, associazioni e centri sociali, in segno di solidarietà con Doriana Di Giovanni e la sua compagna, due ragazze lesbiche che sono state oggetto nelle ultime settimane di una lunga serie di atti intimidatori legati al fatto che sono omosessuali e stanno insieme ‟impunemente” a Mazzano, un paese della provincia bresciana. Lì abita Doriana, ed è lì che la sua ragazza, che vive invece a Brescia, la raggiunge nei fine settimana. E' probabilmente questo il fatto all'origine della persecuzione: due donne che stanno insieme ‟come se” fossero persone normali. Per qualcuno (per ora non si sa chi) rimane una cosa intollerabile che merita di essere punita.
Tutto è cominciato lunedì 23 ottobre. ‟Sono tornata a casa subito dopo mezzanotte - racconta Doriana - e ho trovato la casa distrutta. Tutto sottosopra, urina e sperma sul letto, un orologio, una macchina fotografica e tutta la biancheria intima rubati. E una svastica come firma. Ho chiamato i carabinieri. Per loro, a giudicare dalle modalità di scasso, erano stati gli zingari. Ma da quando in qua gli zingari vanno in giro a disegnare svastiche, visto che sono stati perseguitati dai nazisti, come dovrebbe sapere chiunque abbia fatto le scuole medie?”
Le sorprese investigative, comunque, non erano finite. ‟Il giorno dopo - continua infatti Doriana - sono andata a fare la denuncia ai carabinieri di Mazzano. E qui il comandante mi ha comunicato la sua sfiducia nella possibilità che eventuali testimoni potessero farsi avanti. Poi, quando gli ho detto che sono omosessuale e che non è la prima volta che subisco un'aggressione per questo motivo (quando avevo 17 anni ho subito uno stupro punitivo), mi ha spiegato che non poteva inserire le parole omosessuale e lesbica nel verbale perché non sono parole italiane. Secondo lui, essendo termini di derivazione greca, non fanno parte della nostra lingua. E' perfino andato a prendere il dizionario e l'ha consultato davanti a me. Per scoprire che la parola omosessuale esiste eccome, ma per farla mettere nel verbale ho dovuto insistere”. Chissà come avrebbe reagito, il signor comandante, alla richiesta di accludere al testo della denuncia parole di derivazione greca come telefono o termometro.
Dopo qualche altra prova della scarsa disponibilità dei carabinieri di Mazzano, Doriana decide di rivolgersi alle associazioni glbt bresciane, che a loro volta denunciano l'accaduto chiedendo la collaborazione del mondo politico e dell'intero movimento glbt. A questo punto scoppia il caso, la stampa ne parla, vengono presentate due interrogazioni parlamentari, alcuni politici bresciani di sinistra si mobilitano e il prefetto sposta la titolarità delle indagini dai carabinieri di Mazzano a quelli del capoluogo. Doriana viene anche invitata da Bruno Vespa a partecipare a Porta a Porta e finisce su Raiuno a testimoniare di quello che le accade.
Nel frattempo però non cessano gli atti di intimidazione nei suoi confronti. ‟Una settimana dopo la devastazione dell'appartamento - racconta - uscendo dal supermercato ho trovato una svastica disegnata a pennarello sul tappo della benzina della mia auto. Cinque giorni dopo ne è comparsa un'altra incisa sulla carrozzeria. E quando sono andata dal carrozziere per far valutare i danni, sull'auto ne ha notata un'altra ancora, lunga circa 80 centimetri. C'era scritto ‘muori lesbica’”. E purtroppo non è finita. Il 17 novembre qualcuno scrive di nuovo ‟muori”, firmando con una svastica, sul cofano dell'auto di Doriana. Lo sfregio questa volta è lungo circa un metro, 20 centimetri circa in meno di quello che viene apposto, sempre sul cofano, il 21 novembre: di nuovo ‟muori lesbica” corredato da svastica, croce celtica e dalla sigla ‟Fn”.
Che si tratti di una persecuzione sistematica è piuttosto evidente, ma questo, almeno a Mazzano, non è servito ad accrescere la solidarietà nei confronti della vittima. Si è fatta sentire anzi una certa ostilità. ‟A Mazzano - dice Doriana - le finestre dei vicini rimangono chiuse. La gente conosce i miei orari e quando esco io non escono loro. Non credono che sia successo veramente. Per loro questa era l'isola felice e non riescono a crederci. Io sono quella che ha portato i riflettori qui perché voleva diventare famosa, non perché c'è un problema. Spero di vedere tanta gente alla manifestazione. Per sentirmi meno sola e per avere la certezza che esistono tante persone che come me pensano che le cose possano cambiare”.
Al corteo ha dato la propria adesione anche mezzo governo. Quattro ministri (Barbara Pollastrini, Paolo Ferrero, Alfonso Pecoraro Scanio, Emma Bonino) e una viceministra (Patrizia Sentinelli). Non ha concesso né l'adesione né tantomeno il patrocinio, invece, il comune di Brescia. Il sindaco cattolico e diessino e Paolo Corsini, al quale era stato espressamente chiesto di offrire ufficialmente il sostegno del comune, ha fatto sapere che si è ‟dimenticato” di porre la questione in giunta. Ma sono in pochi a crederci. Voci di corridoio parlano invece di un veto della Margherita bresciana, mentre lo stesso Corsini ha recentemente dato prova di avere i suoi problemi sul tema dell'omosessualità, esprimendosi (‟per coerenza”) contro un ordine del giorno a favore dei Pacs passato con i voti di gran parte della sua maggioranza.
‟Ormai - commenta Andrea Benedino, portavoce di Gayleft (la consulta glbt dei Ds) - ci sono nel centrosinistra dei personaggi come Binetti o Corsini che sono come il dottor Stranamore. Quando sentono la parola gay o la parola lesbica gli scatta una molla nel braccio. Di fronte a un atto di violenza contro una donna lesbica, la reazione di un sindaco democratico non può che essere quella di dare tutto il suo sostegno. La "dimenticanza" di Corsini, perciò, è colpevole. Mi vergogno di essere nel suo stesso partito, se lui non sa dimostrarsi solidale fino in fondo su quello che è avvenuto. Mi auguro che cambi idea e partecipi alla manifestazione”.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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