La tregua tra Israele e i palestinesi, se resisterà, sarà un primo passo. A questo dovranno seguirne almeno altri tre: la liberazione degli ostaggi e dei prigionieri, la formazione di un nuovo governo palestinese che non aspiri alla distruzione di Israele ma a una convivenza con lo Stato ebraico, e l’inizio di un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi. Sono passi che si realizzeranno a breve? Tutto dipende dal consolidamento del primo: la tregua. Forse i palestinesi hanno imparato a caro prezzo che il lancio di razzi su centri abitati israeliani non favorisce l’indipendenza. Gli israeliani, viceversa, hanno imparato che vaste operazioni militari non fermano i palestinesi. Ci sono indicazioni che il governo di Hamas è arrivato a un vicolo cieco dopo aver portato ai palestinesi solo un embargo internazionale e israeliano, sofferenze prolungate e vittime inutili. Ci sono altrettante indicazioni che il governo israeliano ha capito che non esistono soluzioni unilaterali e non c’è altra scelta che cercare un accordo. Forze di entità non indifferente, estremisti di entrambe le parti, continuano a fomentare gli animi e a considerare disfattismo ogni compromesso, segno di debolezza ogni negoziato. Oltranzisti palestinesi vogliono proseguire la ‟lotta armata” fino alla distruzione di Israele e oltranzisti israeliani chiedono al loro governo di tornare a occupare la striscia di Gaza e di abbandonare definitivamente l’idea di un ritiro dai territori occupati. La spirale di sangue e la sensazione che non si riesca a uscirne suscitano disperazione nei moderati di entrambe le parti. La debolezza di Olmert e di Abu Mazen ne accresce lo sconforto. La sensazione di impotenza provata da molti sostenitori della pace li porta a pensare che l’estremismo sia riuscito a soffocare nel sangue la possibilità di raggiungere una riconciliazione. Ma questo loro senso d’impotenza, quest’incapacità di agire, non fa che accrescere il fanatismo dei radicali. Solo qualche anno fa i fautori della pace riempivano le piazze. Sono stati loro a far cadere il governo Shamir, il governo Natanyahu e ad aprire la strada al riconoscimento reciproco dei due popoli. Nelle ultime elezioni - pochi mesi fa - hanno mandato al potere un governo di centrosinistra che si poneva come obiettivo il ritiro unilaterale dalla maggior parte dei territori occupati. Ma ecco che in seguito a un’aggressione degli Hezbollah il neoeletto esecutivo ha sferrato un’offensiva militare in Libano, trasformando quella che doveva essere un’operazione breve, circoscritta e giustificata, in una guerra lunga e sciagurata. A seguito di questa guerra il governo Olmert ha perso la volontà di progredire verso una pace con i palestinesi, e di fatto ha perso ogni volontà che non fosse quella di restare al potere. I palestinesi, dal canto loro, sono stati trascinati dal governo di Hamas verso posizioni estremistiche e bellicose e si rifiutano di riconoscere il diritto all’esistenza di Israele: posizioni analoghe a quelle che provocarono la loro grande tragedia nel 1948. Ma forse, in questi giorni, si sta delineando un cambiamento su entrambi i fronti. La sensazione e il timore di trovarsi in un vicolo cieco, in un circolo vizioso, è probabilmente comune a israeliani e palestinesi. Se la tregua resisterà, se a essa dovessero seguire la liberazione degli ostaggi e dei prigionieri e la formazione di un governo palestinese pragmatico, non è da escludere che ci troveremo davanti a una nuova iniziativa: non a un altro vertice internazionale o a un altro piano di pace europeo, ma a un negoziato diretto fra le parti. Un negoziato su cosa? Non su un nuovo ritiro unilaterale, una nuova Hudna (tregua) o una Tahadia (periodo di calma) ma su un accordo bilaterale comprensivo e dettagliato per una soluzione del conflitto. Quali saranno i termini di questo accordo? Ecco, la speranza sta proprio nel fatto che israeliani e palestinesi sanno già in cuor loro quali saranno questi termini. Anche gli oppositori alla pace di entrambe le parti lo sanno. Persino chi considera un accordo un tradimento e una sciagura sa in cuor suo che in base a quest’intesa ci saranno due Stati, Israele e Palestina, entro i confini del 1967 con modifiche concordate bilateralmente, sa che Gerusalemme sarà la capitale dei due Stati, sa che non ci sarà alcun ‟diritto al ritorno” per i profughi palestinesi e che non vi sarà più la maggior parte degli insediamenti. Entrambi i popoli sanno tutto questo. E questa consapevolezza provoca loro gioia? Ovviamente no. Il giorno in cui l’accordo verrà implementato israeliani e palestinesi non usciranno a ballare nelle strade. Il compromesso sarà doloroso, fatto a denti stretti. Ma la buona notizia è che entrambi i popoli non hanno dubbi che sia inevitabile. Di quanto tempo, di quanta sofferenza, di quanto sangue avranno ancora bisogno i leader israeliani e palestinesi prima di arrivare alla consapevolezza a cui i loro popoli, a malincuore, sono già arrivati? La tregua. Se resisterà, sarà forse un primo spiraglio di luce.
Traduzione di Alessandra Shomroni
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

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