Prima di sottoporsi ad un delicato intervento al cervello chiede di non essere sottoposto ad accanimento terapeutico in caso di perdita di coscienza e aggravamento della patologia; e il comitato bioetico dell’ospedale lo aiuta a redigere il Testamento biologico.
Accade all’ospedale San Martino di Genova, dove l’intervento, poi, non si è più fatto. L’esperienza, tuttavia, sarà un utile precedente per futuri casi analoghi. ‟Non è ancora un testamento biologico vero e proprio, ma diciamo che tutto è pronto nel caso dovesse servire”, precisa il direttore sanitario del San Martino, Paolo Elia Capra. Nella dichiarazione, che sarebbe stata acclusa al consenso informato, firmato prima dell’intervento, il paziente aveva fatto scrivere: ‟Rifiuto il mio consenso ad ogni accanimento terapeutico, ivi comprese l’idratazione e l’alimentazione forzata”.
Il paziente aveva fatto la richiesta al suo chirurgo all’inizio del mese di luglio. Il medico aveva chiesto un parere al comitato bioetico, presieduto da Francesco Meloni, magistrato in pensione ed ex procuratore capo della Repubblica di Genova. Il 24 dello stesso mese il comitato aveva risposto fornendo i suggerimenti tecnici per la formulazione della richiesta. Poi, l’intervento non si è più reso necessario. ‟Nel caso si fossero verificate quelle condizioni, la struttura avrebbe dovuto rispettare la volontà espressa dal paziente in piena scienza e coscienza - sottolinea Capra - Non si sarebbe proceduto ad atti sanitari accanitivi. Siamo stati coinvolti su un’ipotesi che poteva verificarsi il giorno dopo o potrebbe verificarsi domani. È stato predisposto tutto”.
Così le cronache del 23 novembre. In quello stesso giorno, in un convegno al Senato, organizzato da ‟A Buon Diritto. Associazione per le libertà”, Enzo Campelli ed Enza Lucia Vaccaro, dell’Università La Sapienza di Roma, presentavano i risultati di una ricerca di cui abbiamo già fornito qualche breve anticipazione. Si tratta della prima indagine nazionale sul parere della classe medica nei confronti del Testamento biologico; ne emergono dati preziosi e, per molti aspetti, sorprendenti.
Gli intervistati (un campione di 266 medici, per lo più oncologi e anestesisti-rianimatori, distribuiti in 19 diversi ospedali della penisola) dichiarano di non avere una conoscenza approfondita del tema: il 42,1% di loro ritiene ‟scarso” il proprio livello di informazione sull’argomento. A meno della metà degli intervistati (il 47,5%) è capitato di affrontare il tema delle Dichiarazioni anticipate di trattamento nel corso di discussioni con colleghi, mentre solo il 19,6% di essi ha avuto occasione di partecipare a riunioni o convegni scientifici in materia. Si rileva, in altri termini, un grado di ‟socializzazione professionale” sul tema assai basso. Per contro, il 35% del campione (oltre un medico su tre) dice di essersi trovato ‟qualche volta” nella situazione in cui il paziente avrebbe voluto formulare il proprio Testamento biologico se la legge lo avesse consentito; e l’8% degli intervistati afferma di essersi trovato ‟spesso” in tale situazione. In altri termini, a oltre il 40% dei medici italiani capita, più o meno frequentemente, di registrare un bisogno che, a fronte dello scarso grado d'informazione pubblica, appare notevolissimo. E la loro esperienza professionale conferma quanto sia urgente una norma in tal senso: il 57% dei medici ammette che, nella pratica clinica concreta, è ‟frequente” osservare situazioni di accanimento terapeutico (per il 36% si tratta si una eventualità ‟poco frequente”; solo per il 2% non si verificano ‟mai o quasi mai”). Non sorprende, pertanto, che il 50% del campione si dichiari espressamente favorevole all’istituto del testamento biologico; e che gli apertamente contrari siano solo il 10,2%.
Le ‟pieghe” della ricerca, poi, mostrano in ogni suo aspetto il grado di complessità (e talvolta di contraddittoria) del tema. Il 35,75% degli intervistati sostiene che il Testamento biologico debba essere applicato solo in caso di stato vegetativo permanente; il 28,6% in relazione all’eventuale perdita di coscienza in seguito a patologie inguaribili; il 10,9% in tutti i casi di incapacità del paziente; e il 12,5% in tutti quei casi di patologia prefigurabile dal paziente stesso.
I medici, poi, sono stati interrogati sulla questione dell’alimentazione e idratazione artificiali: ovvero se, a loro parere, si tratti di ‟trattamenti medici” - potenzialmente oggetto di dichiarazioni anticipate - oppure se siano da considerarsi ‟pratiche di tipo assistenziale e non terapeutico”, dunque irrinunciabili. Il campione è apparso letteralmente spaccato in due: circa il 50% opta per la prima risposta, una percentuale di poco inferiore per la seconda.
Come si vede, a fronte di un consenso piuttosto chiaro nei confronti dell’introduzione del Testamento biologico nel nostro ordinamento - e in presenza di una ‟emergenza” segnalata tanto dai dati sull’atteggiamento dei pazienti quanto da quelli relativi alle pratiche di accanimento - le opinioni sulla tipologia e i requisiti delle Dichiarazioni anticipate sono di non semplice interpretazione. Invece, quello che appare, senza mezzi termini, dirompente, è che il 26% degli intervistati dichiari che l’accelerazione di un decesso - comunque inevitabile in tempi brevi - è praticata di routine. Tuttavia, oltre il 70.8% di coloro che rispondono alla domanda afferma che il caso proposto (l’accelerazione di un decesso con prognosi infausta a breve scadenza) non autorizza a parlare di eutanasia.
Le questioni ‟di vita e di morte” appaiono, dunque, sempre più centrali; e mentre in parlamento si discute di una legge sul Testamento biologico, mentre il dibattito nella classe medica è aperto, qualcuno già sperimenta la tutela dell’individuo da una medicina capace di grandi risultati e tuttavia - e non raramente - poco consapevole della volontà e della dignità della persona.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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