Alitalia, penultimo atto. Con la decisione di ieri, il Consiglio dei ministri ha avviato la procedura per la privatizzazione della compagnia di bandiera. Ma nonostante il coro dei consensi, il finale di questa ritirata dello Stato imprenditore dal luogo del suo fallimento più spettacolare resta ancora tutto da scrivere. Il comunicato ufficiale, infatti, non è troppo chiaro. Vi si dice che, attraverso un bando pubblico, si chiederà a chi lo è di manifestare il suo interesse per la quota di controllo di Alitalia. Secondo la legge, si può avere il controllo di una società quotata in Borsa dal 30,1% in su e l’acquisizione di una simile quota comporterebbe per l’acquirente l’obbligo di lanciare un’Opa sul resto del capitale. Alcuni ministri, tuttavia, precisano che verrà messa in vendita soltanto la maggioranza relativa. E questa, avendo lo Stato il 49,9% ed essendo il resto del capitale diffuso in quote piccole e piccolissime, si colloca tra il 25 e il 30%, una percentuale la cui acquisizione non obbligherebbe all’Opa. Se così andasse a finire, lo Stato rimarrebbe con quasi il 20% della compagnia aerea: ai prezzi attuali di Borsa, il ministero dell’Economia incasserebbe circa 300 milioni e rimarrebbe esposto per 200 milioni in azioni e per circa 400 milioni sotto forma di obbligazioni convertibili Alitalia. Un’offerta decente, dunque, dovrebbe risolvere anche il problema di questo credito dello Stato verso la compagnia. Rispetto ai grandi temi del trasporto aereo, sembra un dettaglio. Ma non lo è, perché l’entità dell’investimento finanziario del pretendente sarà inversamente proporzionale al rischio d’impresa. Il governo vuol davvero privatizzare, senza rimanere invischiato in posizioni equivoche, magari legato con patti parasociali al nuovo gerente privato? Allora, faccia in modo da ridurre drasticamente il suo impegno globale in Alitalia. E per far questo non potrà non mettere i destinatari del bando di gara nelle condizioni di assumersi rischi ragionevoli. Il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, avverte che il bando dovrà contenere precise garanzie sul futuro dell’azienda. Di per sé, non è un male. Ma dipende da quali saranno i paletti reali. Nell’Alitalia dei 13 sindacati, con la manutenzione che, sostanzialmente, deve restare com’è, e cioè antieconomica, i piloti che fanno carriera per anzianità, l’obbligo del cambio di equipaggio tra voli nazionali e internazionali e il giorno di riposo per la sindrome mestruale delle assistenti di volo, i vincoli possono diventare facilmente troppo stringenti. Farseli dettare dalle corporazioni interne, anche solo per constatare machiavellicamente che, al dunque, nessuno si farà avanti e dunque bisognerà finalmente darsi una regolata, sarebbe un disastro. Perché la più scarsa tra le risorse dell’Alitalia è il tempo: ogni giorno che passa senza scegliere sono quote di mercato che passano alla concorrenza. Scrivere, invece, un bando abbastanza generico da lasciare agli imprenditori che volessero giocarsi la partita lo spazio per proporre la loro idea di futuro della compagnia, che ha ancora un marchio e una quota di mercato rilevanti, consentirà all’azionista Stato di censire le disponibilità reali che il mercato dell’imprenditoria, italiana e internazionale, offre sul rischio Alitalia. A quel punto, si misureranno anche nella loro sostanza le convergenza dei municipi di Roma e Milano sulle politiche aeroportuali e la privatizzazione arriverà all’ultimo atto e non ci saranno più alibi per nessuno. Altrimenti, il fallimento, che è stato finora soltanto uno spauracchio, diventerà la fatale conclusione di una storia di errori e di complicità di tanti che si sono creduti furbi ed erano solo furbastri.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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