Nonostante lo si sappia, che il fascismo gode di ottima salute, stringe il cuore vedere le migliaia di ragazzi cileni che rendono omaggio al traditore Pinochet. Non consola neppure il ricordo delle parole di Pasolini, che nelle sue straziate incursioni nell’umano seppe anche testimoniare il bisogno di parlare con i ragazzi fascisti di allora, di considerarli vittime perfino più degli altri. Dominano piuttosto la paura e la repulsione, di fronte a quegli occhiali neri e quelle teste rapate, a quella celebrazione del sangue (altrui) versato nel nome di una Patria bestemmiata dal golpe e dalla tortura. La paura di continuare a perdere, generazione dopo generazione, il filo logico e salvifico della ragione. La repulsione per la bestiale ideologia della sopraffazione. L’odio muove, l’odio recluta, perché l’odio semplifica (spesso anche a sinistra, ahimé: snaturandone le più intime ragioni). è un appiglio, una guida, un padre per moltitudini di ragazzi in cerca di identità. Offrire loro, in cambio, la difficile moneta del dubbio, della complicazione, in ultima analisi del rispetto, è spesso la più inutile delle trattative. La democrazia, ovunque, è una parola opaca, spesso una bandiera bruciata da fanatici imberbi, o appena barbuti. Difenderla è una fatica davvero inane, come è sempre la fatica dei padri.

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