Non se ne esce. L’Italia conosciuta all’estero è sempre quella: Primo Levi, Calvino, Eco, Tabucchi, Baricco... E poi: Pavese, certo, Moravia, certo, Pasolini, certo. Tutto sacrosanto. Ma prima di morire è proprio necessario aver letto sei libri di Calvino senza aver mai sfiorato Fenoglio, la Morante o Gadda? La prima impressione è che la scelta di Peter Boxall e della sua équipe sia dettata dalla traducibilità, d’accordo: dunque, niente Gadda e niente Meneghello, nessuno scrittore che abbia inflessioni (linguistiche e ambientali) marcatamente regionali. Ma seguendo il criterio della traducibilità resterebbe fuori anche Dante Alighieri, per non dire di Céline e Queneau. Eppure il Viaggio al termine della notte e Gli esercizi di stile per fortuna tra i 1001 libri non mancano. La seconda impressione è che si sia ri-consacrato ciò che è già stato consacrato dal mercato: così si spiega la scelta di Sostiene Pereira invece del Gioco del rovescio o di Requiem oppure di Seta invece di Castelli di rabbia. Tutto legittimo, per carità. Ma allora perché non Susanna Tamaro e Camilleri? E perché allora non l’Ammaniti di Io non ho paura? Scartate le prime due impressioni evidentemente fallaci, la terza è che la scelta voglia essere vagamente rappresentativa. Il meglio di ciascuna generazione: la generazione Levi-Calvino, la generazione Eco, la generazione Tabucchi, la generazione Baricco-Mazzantini... Ma dove sono finiti allora Sciascia e Volponi per gli scrittori nati negli anni Venti, Pontiggia per i Trenta, Vassalli per i Quaranta, eccetera? Scartate le prime tre, si fa strada un’altra impressione, forse definitiva: che non ci sia criterio. O meglio, che l’unico criterio, anche questo sacrosanto, sia il gusto. Ma allora si può vivere bene e morire in pace scegliendo autori e libri ben diversi dai 1001 consigliati dal professor Boxall e dalla sua équipe. Per esempio, tra gli altri, Tozzi, Bilenchi, Brancati, Landolfi... Sarebbe consigliabile non morire prima di averli letti tutti.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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