I dirigenti della Repubblica islamica sono bravissimi ad annunciare provvedimenti politicamente scottanti, volti a enfatizzare il ruolo dell’Iran come potenza regionale dal netto profilo antiamericano e terzomondista; ma quasi mai specificano i modi e i campi di applicazione di tali provvedimenti, così da poterli poi dosare e modulare in concreto secondo le necessità. In altre parole, l’impatto di questi annunci è prima di tutto politico. Questa è l’interpretazione prevalente che analisti economici a Teheran, iraniani e stranieri, danno della dichiarazione fatta ieri dal portavoce del governo iraniano Elham, a pochi giorni (almeno a sentire il negoziatore americano Burns) dall’adozione di sanzioni contro l’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in relazione al programma nucleare iraniano.
Elham ha annunciato che l’Iran ha deciso di ‟calcolare” in euro, anzichè in dollari, le sue entrate dalla vendita di petrolio e di altre transazioni con l’estero ai fini del bilancio dello Stato per il prossimo anno. Questa decisione mira ad aiutare l’economia iraniana ad affrancarsi dal ‟monopolio del dollaro”, ha detto. ‟Anche le lettere di credito con altri paesi saranno d’ora in poi aperte in euro”.
In effetti, conferma un grosso esportatore di fertilizzanti chimici della Mekatrade BV, già da agosto le transazioni con Teheran sono operative in euro, su richiesta del governo iraniano. Se poi i provvedimenti presi ieri significano che anche le vendite avverranno in euro e saranno convertiti in euro i capitali iraniani depositati presso banche estere non è chiaro. Secondo un analista economico anche se così fosse, il gesto ha comunque più significato politico che economico: per far tremare davvero il dollaro, dice, ci vuole ben altro.
‟Procederemo a questo cambiamento anche relativamente ai fondi iraniani all’estero”, ha annunciato Elham. ‟L’Alto Consiglio per l’Economia ha approvato una disposizione che ordina a tutte le organizzazioni governative, a partire da oggi, di aprire i loro conti in euro”. Quindi, se ne arguisce, la disposizione dovrebbe valere solo per il futuro e non riguardare i capitali già depositati all’estero.
Ma, come si è detto, Elham è stato accuratamente parco di dettagli. E poche ore dopo la sua dichiarazione, il governatore della Banca Centrale Ebrahim Sheibani, ha dichiarato a sua volta che Teheran ‟userà molte valute, non solo l’euro” nelle sue transazioni internazionali. ‟Nel nostro sistema di pagamenti useremo molte valute, e non solo l’euro, in linea con i nostri interessi nazionali”, ha detto all’agenzia Irna, lasciando capire che si tratterebbe soprattutto di una misura per bilanciare il paniere delle riserve in valuta di fronte al ribasso del dollaro.
Così il provvedimento viene presentato anche sui giornali ‟moderati”, mentre per quelli fondamentalisti è una misura che mette l’Iran in una posizione di protagonista sulla scena mondiale, alla pari con la superpotenza americana.
Tra le altre molte valute di cui ha parlato Sheibani dunque dovrebbe continuare a figurare il dollaro, dicono gli economisti. D’altra parte, si chiedono, quanti vorranno pagare in petroeuro invece che in petrodollari? Cina e Giappone, che sono i maggiori importatori, hanno 2 trilioni di riserve in dollari e non sono interessati a indebolire la moneta americana. Non è la prima volta che si discute a Teheran della possibilità di convertire le transazioni estere in euro, e il ministro dell’economia Jafari aveva annunciato qualche mese fa che le transazioni estere sarebbe state fatte in valute diverse dal dollaro a causa degli ostacoli frapposti dalle banche americane (alle quali poco prima il Tesoro Usa aveva vietato di condurre operazioni finanziarie con la banca iraniana Saderat, accusata di finanziare il terrorismo). Il presidente Ahmadinejad fin dai primi giorni del suo insediamento aveva prospettato l’apertura di una Borsa del petrolio in euro a Teheran, ma per il momento il progetto è rimasto sulla carta. Gli analisti ricordano che quando Saddam Hussein tentò qualcosa di simile, nel 2000, l’Iraq ci rimise subito 270 milioni di dollari.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>