Provateci voi, ad affrontare le artigliate della tigre cinese e la concorrenza internazionale avendo la palla al piede di un tribunale dai ritmi levantini. A Vicenza dicono che non ce la fanno più. E per mano d’un gruppo di avvocati hanno presentato un’istanza choc. Vogliono che venga dichiarato il fallimento dell’‟azienda giustizia” berica. Per ‟stato di grave insolvenza” che le impedisce di tener aperti i battenti. L’ultima botta l’ha data ieri mattina il supplemento sulla qualità della vita del ‟Sole 24 ore”. Dove la città palladiana, già col morale un po’ basso per l’inserimento al 22° posto per ricchezza prodotta nel 2005, al 25° posto per tenore di vita, al 30° per risparmi allo sportello, al 59° per spirito di iniziativa, cosa seccante per chi coltivava negli anni buoni la convinzione di essere un po’ la prima della classe, si è ritrovata addirittura al quart’ultimo posto nella tabella dedicata all’efficienza della giustizia. Un disastro: 34,7 cause giudiziarie esaurite ogni 100 nuove e o vecchie ancora da smaltire. Un dato umiliante, tanto più per una provincia fiera della propria efficienza, della propria effervescenza, della propria rapidità produttiva. Ridotta, in questa classifica, a battere (di poco) Enna, Matera e Bari. E ad arrancare alle spalle di quelle città che per i leghisti locali sono automatico sinonimo di sciatteria e indolenza: Messina! Reggio Calabria! Vibo Valentia! Quarantasei punti di distacco da Trapani, che campeggia al 64° posto contro il centesimo dei berici! Per carità, nessuna contestazione dei dati. Lo sanno tutti, che le cose vanno male. Sono anni che gli avvocati e i commercialisti e gli imprenditori e un po’ tutti lanciano l’allarme sulla situazione disperata del tribunale vicentino. Anni che emergono, di tanto in tanto, casi esemplari che gridano vendetta. Come quello di Andrea, un bambino di 13 anni che, mandato in vacanza con la parrocchia in una malga dell’Altopiano di Asiago, cade da una staccionata e resta paralizzato, con una invalidità del 75%. Le assicurazioni del comune e della parrocchia danno battaglia: non vogliono pagare. Al massimo, ma proprio al massimo, offrono 175 milioni. Un’elemosina, per un ragazzino dalla vita rovinata. E la causa va avanti per anni, anni, anni. Giorno dell’incidente: 10 agosto 1990. Giorno della sentenza: 5 maggio 2004. Un calvario giudiziario di 13 anni, 8 mesi e venti giorni. Una vergogna. Come vergognosi sono i tempi di una vicenda tutt’ora aperta. Un gruppo di dieci famiglie di un condominio di Schio fa causa al costruttore della palazzina: non ha fatto l’uscita di sicurezza ai garage. Un processo apparentemente facile: era un’opera per legge obbligatoria. Eppure, l’iter del procedimento intentato il 12 gennaio del 2001 (quattro mesi prima della vittoria di Silvio Berlusconi alle Politiche, nove prima dell’attacco alle Torri gemelle) è stato di una lentezza così estenuante che la prima udienza è fissata per il 3 maggio del 2007. Auguri. Tanto più se il costruttore, dopo una eventuale condanna, dovesse fare ricorso: la Corte di Appello di Venezia rinvia già oggi buona parte delle udienze al 2011. Va da sé che, in una realtà effervescente quale il territorio vicentino, dove c’è un’impresa ogni 11 abitanti, dove il valore aggiunto pro-capite (23.688 euro) è di 3 mila euro superiore alla media nazionale, dove il tasso di disoccupazione non arriva al 3,5%, dove sorgono 10,24 imprese manifatturiere ogni mille abitanti, dove i 121 comuni , stando a un rapporto della Provincia, hanno ‟oltre 500 aree industriali” che in realtà dilagano quasi esclusivamente nei comuni di pianura che essendo solo una sessantina hanno una decina di ‟zone produttive” a testa, ogni grana giudiziaria diventa un problema enorme. Come può un’azienda, magari aggredita sui mercati internazionali da una concorrenza agile, scattante e molto spregiudicata che chiede risposte rapide, andarsi a infognare in cause giudiziarie (a tutela di un brevetto o di un marchio, per esempio) destinate a durare anni? Come può, se ha davanti lo spettro di casi abnormi come quello dello stilista Valentino Garavani, che in un tribunale meno disastrato di quello vicentino aspettò per undici anni il primo verdetto d’una causa aperta sulla griffe contro un certo Guido Valentino che, giocando sull’omonimia, approfittava da anni sull’equivoco? Eppure sono anni che la società civile, il mondo politico e il sistema imprenditoriale hanno lanciato l’allarme. Al punto che nel 2001 l’Ordine degli avvocati, appoggiato da varie associazioni di categoria, votò provocatoriamente per il varo di una specie di tribunale privato che garantisse una giustizia parallela. Finalmente rapida. Europea. Spiegò l’allora presidente degli industriali Valentino Ziche che no, non si poteva andare avanti così: ‟Il cattivo funzionamento della giustizia è entrato a far parte del calcolo economico di taluni operatori se non di intere categorie di operatori poco corretti”. Non ti pago: fammi causa. C’erano allora un magistrato ogni 58 miliardi di lire esportate in Italia, ogni 23 in Liguria, ogni 19 in Basilicata, ogni 12 in Campania, ogni miliardo e 230 milioni in Calabria. E uno ogni 466 miliardi nel distretto giudiziario di Vicenza. Uno squilibrio insopportabile. Tanto più che non si trattava solo di uno squilibrio, obbligato, nei confronti di aree caldissime dove occorreva contrastare la mafia. Diceva lo stesso presidente del tribunale locale che la messinese Mistretta aveva una criminalità ‟senza particolari connotazioni”, un allarme sociale ‟modesto”, infiltrazioni mafiose ‟di nessun rilievo”. Eppure a Mistretta c’erano 33,7 giudici ogni 100 mila abitanti contro i 5,4 di Vicenza. Inaccettabile. Bene: i dati di ieri del ‟Sole” dicono che, dal governo di sinistra a quello di destra e ancora di sinistra, non è cambiato assolutamente nulla: c’è un magistrato effettivamente presente e in servizio ogni 3.006 abitanti a Napoli e uno ogni 10.596 a Bologna, uno ogni 4.757 a Caltanissetta e uno ogni 15.718 a Vicenza. Per non dire dei cancellieri e dei commessi e delle segretarie. Parola del dirigente amministrativo: la carenza di personale è ‟disastrosa”. E volete che non vada in fallimento?
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>