Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l'impiccagione di Saddam Hussein sarà una ‟pietra miliare”. Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra della giustizia, della libertà e della democrazia in Iraq. Si tratta di una impostura, non diversa dalle falsità con le quali George Bush ha motivato la guerra di aggressione all'Iraq nel 2003.
Quella guerra ha già provocato la strage di centinaia di migliaia di persone innocenti - più di 600 mila - e provoca ogni giorno altre centinaia di vittime. Quello che avrebbe dovuto essere l'alveo della democrazia nel mondo islamico - l'Iraq salvato dalle armate americane dal giogo di una spietata tirannia - è un lago di sangue. Su questo lago penderà il cadavere di Saddam Hussein: uno spettacolo esaltante per un ex- governatore del Texas che non ha mai concesso la grazia a un solo condannato a morte.
Si tratta di una impostura perché non è stato il popolo iracheno, né una legittima corte, nazionale o internazionale, a decidere la condanna a morte del rais. La sentenza è stata emessa da un Tribunale speciale, varato nel dicembre 2003 dalle forze anglo-americane occupanti. Sul piano formale, il potere che ha istituito quel tribunale è stato il Governo provvisorio dell'Iraq e cioè, di fatto, il governatore militare statunitense, Paul Bremer. Nessuno può pensare che il Governo provvisorio, che non aveva alcuna autorità legislativa e non disponeva di autonome fonti di finanziamento, sia stato il potere reale che ha varato il Tribunale.
È stata dunque una potenza occupante, gli Stati uniti d'America, a volere l'istituzione di un tribunale speciale per sottoporre a processo gli esponenti del regime sconfitto. I giudici del tribunale sono stati in maggioranza designati dal Governo provvisorio, addestrati da esperti americani e sottoposti a stretto controllo politico. Anche lo Statuto del tribunale è stato redatto da giuristi statunitensi. E il potere che ha voluto, organizzato e finanziato il tribunale è stato un potere conquistato in una guerra di aggressione che ha violato sia la Carta delle Nazioni unite, sia il diritto internazionale generale. Le Convenzioni di Ginevra non attribuiscono certo ad una potenza occupante il potere di dar vita a tribunali penali per giudicare gli esponenti del regime deposto. Si è trattato dunque di un tribunale privo di legalità internazionale, di legittimità politica e di una minima autonomia.
Si deve aggiungere che il Tribunale speciale ha esercitato la sua giurisdizione sulla base di figure di reato - i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità - che non erano previste dal diritto iracheno e che sono state introdotte nello Statuto solo per consentire l'incriminazione e la condanna a morte dell'ex-dittatore. Oltre a ciò, i diritti della difesa sono stati gravemente limitati ed è stato violato anche il principio nulla culpa sine judicio, che esige una rigorosa presunzione di innocenza a favore degli imputati. L'ex dittatore è tuttora tenuto prigioniero in un luogo segreto dalle milizie stastunitensi che lo hanno catturato e sottoposto a pesanti interrogatori, prossimi alla tortura.
In più, lo Statuto del Tribunale prevede che la corte possa pronunciarsi su una eventuale aggressione decisa dal regime ba'atista contro un paese arabo, ad esempio il Kuwait, ed esclude implicitamente la sua competenza a giudicare di crimini di aggressione commessi nei confronti di paesi non arabi. Questa disposizione è stata concepita dai redattori statunitensi dello Statuto per evitare che il tribunale indagasse sulla guerra di aggressione che l'Iraq aveva scatenato negli anni 1980-1988 contro l'Iran, paese di religione musulmana ma non arabo.
La ragione è molto semplice: gli Stati uniti hanno sostenuto sul piano economico, militare e diplomatico quell'aggressione, che ha causato non meno di 800 mila morti. Inoltre, essi sono stati di fatto complici di Saddam Hussein non denunciando alcuni gravissimi crimini commessi dalle truppe irachene: gli attacchi compiuti con l'uso di armi chimiche contro la popolazione iraniana. Si trattava dunque di impedire che la difesa di Saddam Hussein si avvalesse dell'argomento tu quoque, giuridicamente e politicamente imbarazzante per gli sponsors del Tribunale.
Gli Stati uniti hanno allestito un processo contro Saddam Hussein che radicalizza la logica della stigmatizzazione e della vendetta retributiva. L'anomia giuridica, il vuoto di potere legittimo e lo scatenamento della violenza provocati dalla guerra sono tali che la condanna a morte dell'ex-dittatore iracheno si riduce ad un uso propagandistico della giustizia che ha il solo scopo di disumanizzare l'immagine del nemico e di giustiziarlo per farsene un trofeo a dimostrazione della propria superiore moralità.
Ma lo spargimento del sangue di Saddam Hussein non offrirà alcun contributo alla pacificazione e alla democratizzazione dell'Iraq. Sarà una ‟pietra miliare” lungo la via dell'odio, della violenza e del terrore che finirà per raggiungere anche chi ha spietatamente praticato la ‟giustizia dei vincitori”.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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