‟Merry Christmas”, ripete incessante, agitando un campanaccio che fa din-don, l’immenso Babbo Natale all’ingresso di Hamley’s, il negozio di giocattoli più grande del mondo, cinque piani di bambole, trenini, soldatini, pupazzi, giochi elettronici, giochi di società, giochi di prestigio, giochi intelligenti, giochi scemi, giochi fai-da-te, giochi per tutte le età e giochi per tutti i gusti, fra le luci, i rumori, l’incredibile pigia pigia di Regent’s Street, alle sei di un pomeriggio qualche giorno prima del fatidico 25 dicembre. Una fiumana di bambini e genitori straripa dall’interno allargandosi come una macchia d’olio sul marciapiede circostante, bloccando il traffico di pedoni, rallentando auto e bus. Schiacciato tra mamma e papà, apparentemente a rischio di venire stritolato ma in realtà perfettamente a suo agio, un bimbetto riesce faticosamente a conquistare la postazione di fronte al finto omone vestito di rosso e, non arrivando alla barba, lo tira per un lembo del vestito. ‟Sei il vero Santa Klaus?”, domanda perentorio il bimbo. ‟Certo”, risponde l’omone. ‟E come hai fatto a portare fin qui tutti questi giocattoli?”, insiste il piccoletto. ‟Con la mia slitta, naturalmente”, replica Santa Klaus. ‟E hai fatto tutto in una notte?”, chiede ancora il ragazzino. ‟Tutto in una notte”. Ebbene, sul marciapiede in quel momento c’ero anch’io e non ho voluto distruggere di colpo l’innocente fantasia di quel simpatico moccioso; ma a voi, bambini ed ex-bambini di Repubblica, posso confidarlo: il Santa Klaus davanti ad Hamley’s racconta frottole. La slitta che distribuisce regali in tutto il mondo in una sola notte è una balla, buona solo per le fiabe. O meglio, magari può anche darsi che un tempo, quando il mondo era più arcaico e meno popolato, funzionasse più o meno così. Ma oggi, nel frenetico mondo globalizzato, Babbo Natale non usa una slitta: usa una nave. E non fa tutto in una notte: gli ci vogliono tre settimane. Il tempo necessario a circumnavigare il globo, dal mar della Cina alla Malesia, poi risalendo l’oceano Indiano fino al mar Rosso, quindi passando per il canale di Suez, attraversando l’intero Mediterraneo fino a Gibilterra, per sbucare nell’oceano Atlantico, costeggiare Portogallo e Francia, entrare nel canale della Manica, fermandosi infine nel porto di destinazione, Felixtowne, sulla costa sud-orientale dell’Inghilterra. I giocattoli sfavillanti di Hamleys, almeno in buona parte, provengono da quella nave, così come parecchi di quelli che la mattina del 25 dicembre verranno febbrilmente scartati da un capo all’altro del Regno Unito e di altre nazioni d’Europa, Italia compresa. Non ci credete? Allora continuate a leggere. Perché tre settimane fa, quando la nave di Babbo Natale ha attraccato a Felixtowne, c’ero anch’io, a guardare il suo arrivo da terra. Non ero solo. Avete presente la celebre scena di Amarcord in cui tutto il paese va ad aspettare il passaggio del Rex, il mitico transatlantico, grande come una montagna? Ho partecipato a qualcosa di simile, quel giorno a Felixtowne. Uomini, donne, molti con i figlioletti tenuti per mano o in braccio, avvolti in una coperta, perché calava il tramonto e faceva freddo: una folla muta, raccolta, emozionata, come chi si prepara ad assistere a uno storico evento. Anche fotografi, telecamere, cronisti armati di penna e taccuino, come il vostro inviato. Ogni tanto una voce: ‟Eccola”. Poi la smentita: ma no, la nave avvistata era troppo piccola per essere quella che aspettavamo. Nell’attesa, qualcuno canticchiava Jingle Bells. A un tratto, un fischio di sirena da far tremare il suolo. Illuminata come un albero di Natale, l’Emma Maersk appare all’orizzonte. La nave cargo più grande del pianeta e della storia. Quattrocento metri di lunghezza, cinquanta di larghezza, ottanta di altezza. Più lunga del parlamento di Westminster, della torre Eiffel o dell’Empire State Building, grande come quattro campi da football, alta come un grattacielo di venti piani. Appena tredici uomini a bordo, insieme a undicimila container. E dentro i container, tutto quello che non starebbe dentro il sacco e sopra la slitta di Santa Klaus: 1.886.000 decorazioni natalizie, 12.880 lettori Mp3, 40 scatoloni di reggiseni, 742 scatoloni di borsette, 9.000 paia di scarpe da jogging, 195 scatole di jeans da donna, 34 di magliette, 12 flipper, sei dinosauri elettronici, e poi scatole di puzzle, di sudoku, di automobili radiocomandate, di pupazzetti di pelouche, di libri di favole, di calendari, di bicchieri di Martini, di dvd, di televisori al plasma, di occhiali da sole, di profumi, deodoranti, schiuma da bagno, saponette, di cornici e di lampade, di divani in pelle e tostapane, e dieci tonnellate di cozze congelate, due tonnellate di tè verde e tè nero, 87.000 spazzole per capelli, 590 forni a microonde, 5.000 cornici per fotografie, 138.000 scatolette di cibo per gatti, 150 tonnellate di agnello neozelandese, 1.939 paia di scarpe da sera, e mi fermo qui con l’elenco perché se no occuperebbe tutto il resto dell’articolo. Basti dire che una squadra di trecento facchini, assistita da trenta gru computerizzate, ha impiegato da un sabato sera al seguente lunedì mattina a scaricare tutta questa roba destinata alla Gran Bretagna, per un totale di tremila container: poi la nave è ripartita, con ottomila container pieni ancora a bordo, per andare a distribuire giocattoli, regali e beni di consumo a Rotterdam, e da lì in mezza Europa continentale. L’Emma Maersk è oggi la nave più grande del mondo, ma non lo sarà per molto: entro fine 2007 la società di armatori olandesi che la controlla ne avrà completate altre undici, grandi uguali; e le statistiche indicano che la domanda di spazio su queste super-imbarcazioni, chiamate "post-Panamax" perché troppo grandi per passare dal canale di Panama, cresce del dieci per cento annuo, per cui si prevede che tra non molto ne verranno costruite di ancora più grandi. La loro rotta tipica è sempre la stessa: dalla Cina verso l’Europa e l’America. Il carico è sempre identico: container, pieni di merci prodotte a basso prezzo in Asia e rivendute in Occidente. Il costo del viaggio è infinitesimale: spedire un container da Southampton a Leeds, hanno calcolato gli esperti, costa come spedirne uno da Hong Kong a Southampton. ‟Questi sono i beni che avrebbero potuto essere prodotti in Europa, sono la prova che interi settori del commercio globale sono dominati dalla Cina, sono il risultato di milioni di lavori perduti in Occidente”, si arrabbia Caroline Lucas, europarlamentare dei Verdi per l’Inghilterra del sud. Ma c’è poco da arrabbiarsi con l’ineluttabile realtà del progresso. ‟Senza quel bastimento carico di doni”, ha scritto scherzando ma non troppo il Guardian di Londra, ‟quest’anno in Inghilterra sarebbe saltato il Natale”. Bisognerebbe spiegarlo al bambinetto davanti ad Hamley’s, e ai suoi coetanei sparsi per ogni dove, che Santa Klaus ormai non arriva più dal Polo Nord: bensì casomai dalla Cina. Solo che il bambinetto, i suoi coetanei nelle immediate vicinanze e i rispettivi genitori, sono già stati risucchiati all’interno del negozio: glielo diremo un’altra volta. Din-don, din-don, continua a fare incessante il Babbo Natale all’ingresso, e finalmente comprendo il suo messaggio: non chiediamoci per chi suona la campana della globalizzazione, perché essa suona per noi. Merry Christmas.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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