Quando Saddam Hussein sarà impiccato, una di queste ore, mentre tanti continuano a credere nel detto kennediano ‟un problema creato da uomini può sempre essere risolto da uomini”, George W. Bush avrà proclamato per sempre il suo fallimento.
Ha fallito nel non avere capito l’immensa differenza che c’è tra il liberare un Paese da un dittatore e distruggerlo. Ha fallito nel non sapere (non voler neppure sapere) che cosa fare dopo la conquista, che non è mai stata una vittoria.
Ha fallito nel non avere intravisto, neppure per un istante, i volti veri e umani di un popolo che poteva, doveva partecipare alla ricostruzione, ed è stato emarginato, umiliato, imprigionato, escluso.
Ha fallito nel progetto strano e così palesemente sbagliato di unire l’ideale della democrazia a quello del potere sopra ogni legge e ogni trattato internazionale, immaginando (e ciò anche in futuro apparirà follia) che si possano costruire insieme Abu Grahib e la libertà, Guantanamo e il nuovo ordine democratico.
George W. Bush ha avuto sfortuna.
È stato circondato dai peggiori personaggi che si siano affacciati alla vita pubblica del mondo negli ultimi anni. O ha avuto la disgrazia di sceglierli. Che cosa pensi l’America di questi personaggi e delle azioni di cui sono responsabili, lo ha detto nel modo più drammatico il rapporto di un americano al di sopra di ogni sospetto, James Baker, già segretario di Stato di Bush padre, statista stimato nel mondo. Il suo giudizio è il più umiliante che possa toccare a un presidente che ha proclamato una guerra sbagliata, ha vantato una vittoria che non c’è stata, continua a credere che vincere significhi più forza militare, più soldati, più armi, mentre persone vicine a lui - quelle che hanno integrità e coraggio - gli stanno descrivendo l’orrore di ciò che ha fatto.
Il New York Times di ieri ha pubblicato il discorso di un oscuro senatore repubblicano, Gordon Smith. Di lui, dice il giornale, non si era mai sentita la voce in Senato. Prima di Natale, tra lo stupore dei colleghi si è alzato e ha detto: ‟Il mio percorso con questa politica finisce qui, adesso. Mi chiedete di sostenere una guerra in cui ogni giorno la stessa pattuglia di soldati americani percorre una strada che non conosce, fra gente che non ha alcuna ragione di amarci, e ogni giorno qualcuno di quei soldati salta in aria. Non posso più dire di sì a questa politica. Dico che è assurda. Anzi temo che sia criminale”.
Racconta il giornale: ‟Nel silenzio dell’aula le parole del leale senatore repubblicano sono risuonate con tanta forza che Washington e anche i più cinici addetti alla vita politica hanno dovuto tenerne conto. Molti senatori sussurravano: Smith ha parlato per me”.
Ora è evidente la sfortuna più grande di George W. Bush: nessuno dei suoi collaboratori più stretti, in quella riunione del Crowford Ranch, in Texas, dove quasi certamente è stata decisa la morte di Saddam Hussein e dunque l’inizio della seconda parte della tragedia irachena, ha avuto il coraggio del ‟leale senatore Smith”.
Bush ha avuto la sfortuna di avere accanto un amico inutile come Tony Blair, che gli ha dato sempre ragione e ha spaccato l’Europa in un momento cruciale. Adesso l’Europa è tutta unita e tutta contraria a un gesto che non ha niente a che fare con la pietà e molto con la politica, perché è un evidente e gravissimo errore. È triste che l’Europa non sia stata così unita quando era stata lanciata l’idea, infinitamente più realistica di questa guerra che non può finire, di ‟liberare” l’Iraq rimuovendo con una ben concertata manovra diplomatica Saddam Hussein, e dando origine a un processo democratico in un Paese senza macerie e senza morti, in un Paese in cui le vecchie orrende prigioni sarebbero state chiuse invece di aprire nuove orrende prigioni, invece di confondere ogni giorno gli iracheni che soffrono con i terroristi che sono un comune pericolo.
Molti ricordano, non solo in Italia, che deporre senza violenza Saddam Hussein era stata l’idea di Marco Pannella, e che era un’idea vincente. Per alcuni di noi adesso è facile ricordare l’inerzia deliberata dei giorni berlusconiani. Ma è stata una inerzia più grande, più estesa e diffusa.
Adesso il mondo sta dicendo a George Bush di salvare se stesso e quel che resta della sua reputazione, evitando questa impiccagione due volte immorale. Perché conferma l’orrore della pena di morte. E perché apre una nuova e più violenta stagione di vendetta e di scontro e chiama morti su morti.
Ma George Bush, lo abbiamo detto, è un uomo sfortunato. È sordo verso i suoi sostenitori leali. Ed è circondato di poche persone che gli danno ragione. Era rimasto in molti (parlo anche dell’opinione americana) quel barlume di speranza, Condoleezza Rice. Se la sua voce non si sente questa volta, anche il suo breve passaggio sulla scena del mondo ha finito il percorso, e non lascerà traccia. Resterà ai collezionisti di carte e documenti politici il compito di spiegarci perché. Resterà il problema di spiegare il ruolo, che sta diventando penoso, di Tony Blair, che si butta in una guerra che non può spiegare, da cui non sa come uscire. E sull’immenso e ovvio errore di ‟giustiziare” Saddam Hussein non ha speso una sola parola utile.
Chi tace e fa il complice adesso è un cattivo amico, conferma l’errore e si avvia nel loggione degli statisti che hanno perso l’occasione di cambiare la storia. Con l’impiccagione di Saddam Hussein tutto il peggio della storia (compreso il peggio di Saddam Hussein) si ripete. Che almeno non si dimentichi che tutto questo maledetto percorso si poteva evitare, e che la politica ha come primo compito di evitare il sangue, non di spargerlo.
Persino adesso George W. Bush poteva salvarsi. Per quel che sappiamo, ha scelto di no. Il suo carattere distintivo restarà sbagliare fino alla fine.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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