Saddam Hussein è morto, annunciano alle 4 del mattino le tv arabe. È la fine di un’era. L’ex dittatore iracheno ha subìto sulla forca il fato che aveva imposto a migliaia tra i suoi oppositori. È spirato assieme al fratellastro alle prime luci dell’alba, dopo aver consegnato una lettera con le ultime volontà, in una Bagdad scossa dalle manifestazioni di gioia organizzate da sciiti e curdi. E da quelle di protesta volute dai sunniti. Nuovi singulti della guerra civile strisciante, nonostante il coprifuoco e le imponenti misure di sicurezza. Gli americani l’hanno tenuto sotto controllo sino all’ultimo. La loro fiducia nei confronti delle nuove forze di sicurezza irachene è talmente poca, che hanno voluto seguire i boia e vigilare sull’intera procedura per evitare blitz o un tentativo di fuga in extremis. L’esecuzione - avvenuta nella ‟zona verde” della capitale, già parte del suo palazzo presidenziale - in mattinata veniva data per certa prima dell’inizio della settimana di celebrazioni della Id El Adha, la ‟festa del sacrificio”, che da domani segna uno dei momenti più sacri del pellegrinaggio musulmano alla Mecca. Durante il giorno voci contraddittorie da Bagdad e Washington avevano gettato un velo d’incertezza sulla data precisa dell’esecuzione. Dalla capitale irachena il premier sciita Nuri Al Maliki ha ribadito il desiderio che Saddam venisse messo a morte subito. Ma da parte sunnita si insisteva sull’impossibilità dell’esecuzione nel periodo festivo e sulla necessità che Saddam vedesse ancora una volta familiari e avvocati. Confusione e incertezze che in realtà rivelano ancora una volta le profonde divisioni nel governo e nella società iracheni. Cui si aggiunge la minaccia della recrudescenza della violenza sunnita. Ieri la tv Al Zawrah, che trasmette dalla zona di Tikrit (regione natale di Saddam), ha minacciato apertamente l’intensificarsi degli attentati contro le truppe americane e gli interessi iraniani in Iraq. L’emittente ha inneggiato a Omar Al Mukhtar, celebre leader della rivolta libica contro le truppe coloniali italiane, e paragonato le ‟vittorie” di allora a quelle odierne contro ‟gli occupanti” in Iraq. E la sorella di Saddam, Um Haidar, in pellegrinaggio alla Mecca, ha lanciato un appello dalla tv araba Al Jazeera, al ‟blocco immediato dell’esecuzione, altrimenti scorreranno fiumi di sangue”. Le autorità hanno rafforzato il coprifuoco e bloccato le vie di accesso alla capitale. In ogni caso, è opinione degli osservatori che la morte di Saddam cambierà ben poco sul campo. Già al momento della sua cattura, il 13 dicembre 2003, non era stato registrato alcun mutamento di rilievo nelle strategie e nell’intensità degli attentati. Di certo le autorità volevano eseguire la condanna il più presto possibile, approfittando dei periodi di coprifuoco che caratterizzano la festa. E, come è già avvenuto nel caso dei due figli di Saddam, deceduti combattendo nel luglio 2003, il governo iracheno ha poi tutto l’interesse a mostrare il filmato dell’esecuzione per confermare che la sentenza è stata eseguita. Ieri l’approssimarsi dell’esecuzione è stato evidente quando fonti vicine agli avvocati dell’ex raís hanno riportato che questi sarebbe stato spostato dalla cella controllata dagli americani nei pressi dell’aeroporto di Bagdad (dov’era rinchiuso da circa tre anni). ‟Gli avvocati sono stati invitati a prendere in consegna gli effetti personali del condannato e del fratellastro, Barzan Al-Tikriti”, ha rivelato il capo del collegio difensivo, Khalil Al Dulaimi. A Saddam sono state notificate personalmente data e ora dell’esecuzione con il tristemente celebre ‟cartellino rosso”: il documento creato dagli aguzzini che lavoravano per lui e che veniva consegnato alle migliaia di destinati alla morte.
Ha collaborato Walid Al Iraqi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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