Da vivo Saddam Hussein tornava nella casa natale presso Tikrit per brevi periodi di vacanza. Ieri c’è andato per sempre. Il suo cadavere è stato trasportato nel pomeriggio da un aereo militare americano e consegnato ad Ali Al Nida, capo della tribù dei Nasir di cui fa parte la famiglia dell’ex dittatore. Tutto lasciava credere che il corpo di Saddam Hussein - trasportato ieri da un aereo Usa a Tikrit e consegnato al capo del clan cui appartiene la sua famiglia - potesse venir seppellito accanto ai due figli. Ma ieri sera i parenti dell’ex raìs hanno fatto sapere, con una dichiarazione all’agenzia Reuters, che intendono far riposare Saddam a Ramadi, roccaforte degli insorti sunniti, e non nel suo villaggio natale di Awja con Usay e Qusay, uccisi dagli americani nel 2003. La famiglia ha precisato che la scelta di Ramadi è stata fatta per ‟ragioni familiari private” e di ‟sicurezza”. Resta, però, la preoccupazione del governo che la tomba diventi un punto di aggregazione simbolico per le opposizioni e il movimento della guerriglia. Per questo si era anche pensato di consegnarlo alle due figlie maggiori, Raghad e Rana, che sono in esilio ad Amman. O, ancora, a una delle vedove, Sajida, che con Hala, la figlia più giovane, si trova in Qatar. Se fosse per il premier Al Maliki e i dirigenti dei maggiori partiti sciiti e curdi, la scelta migliore sarebbe comunque quella di far sparire il cadavere. Imporre l’oblio. Seppellirlo subito, come prevede il rituale islamico, entro le 24 ore dal decesso. Forse nel cortile di quella stessa prigione dove è stato impiccato. O, meglio ancora, in una località segreta, magari buttarlo nel Tigri. Soprattutto evitare che Tikrit, o qualsiasi altro luogo noto della tomba, possa trasformarsi nella Predappio dell’Iraq e molto più. Tutto sommato sino ad ora hanno ottenuto ciò che volevano. Hanno scongiurato ‟l’effetto ossa di Hitler”: mancava il cadavere, si è trovato solo qualche frammento di scheletro, e c’è sempre stato chi ha sostenuto che il dittatore tedesco non fosse mai morto. Qui il terreno è ancora più fertile. In Iraq e in Medio Oriente teoremi e complotti sono di casa. Alimentati tra gli sciiti anche dalla cosiddetta ‟teoria del Mahdi”, il dodicesimo imam, che da secoli sarebbe nascosto, pronto a far cominciare l’era messianica quando riterrà che i tempi saranno maturi. Ecco dunque il senso della scelta di mostrare il filmato dell’esecuzione. Fu lo stesso nel luglio 2003, quando Uday e Qusay caddero combattendo e, nonostante le proteste in Occidente, le tv locali indugiarono a lungo sui loro corpi devastati dalle esplosioni e ricuciti in fretta dai chirurghi perché fossero esposti al pubblico su barelle insanguinate, in una tenda da campo bianca, nel cuore della capitale. L’operazione fu un successo. Per loro, come adesso per Saddam, praticamente nessuno mette in dubbio che siano davvero morti. E sarà difficile reclutare volontari della guerriglia e del terrorismo in nome di leggendari movimenti comandati da loro o dall’ex raìs. Ma, se ormai Saddam vivo non rappresenta più un problema, potrebbe diventarlo da morto. ‟La sua fine da eroe lo ha trasformato nel simbolo, nell’icona immortale della resistenza armata contro l’occupazione”, sostiene al telefono da Amman Khalaf Al Alten, leader del Dialogo Nazionale, il partito più importante dell’opposizione sunnita nel parlamento iracheno (44 deputati). ‟Per tutti i sunniti del nostro Paese è evidente che Saddam debba essere seppellito accanto ai suoi figli, nel cimitero di Uja, il villaggio nella regione di Tikrit dove è nato”, aggiunge. Da oltre tre anni le tombe di Uday e Qusay sono transennate e controllate a vista da sentinelle armate. Il paesino limitrofo non è molto distante dal gigantesco palazzo presidenziale con le grandi piscine volute da Saddam negli anni ‘80, veri laghi artificiali con tanto di cascate e giochi d’acqua, occupato dalle truppe americane sin dal marzo 2003 (vi giungono a turno i soldati delle unità più provate per godere di brevi licenze). Nel villaggio abitano circa 10 mila persone, fedelissime dell’ex dittatore e zoccolo duro del vecchio regime. Da qui venivano reclutati i quadri dirigenti della Guardia Repubblicana. Adesso le unità americane pattugliano regolarmente la regione. Dal loro quartier generale nel palazzo impiegano meno di 10 minuti per arrivare in jeep al cimitero e alle due tombe. Nessuno può giungervi senza permesso. I giornalisti potevano avvicinarsi abbastanza facilmente nei primi mesi dopo la sepoltura di Uday e Qusay. Ma oggi l’accesso è regolato da ordini molto stretti. ‟È un’altra vergogna”, commenta ancora Al Alten. ‟Non potremo neppure visitare liberamente la tomba del nostro presidente. Ma non importa, le cose cambiano, meglio che sia seppellito vicino ai figli e tra la sua gente, che lontano”. Il suo giudizio sull’esecuzione è netto: ‟L’ennesima violazione dei diritti civili. Saddam è stato ucciso troppo in fretta, senza dare tempo agli avvocati di impugnare la sentenza”. E non ci sono tentennamenti neppure sulle responsabilità: ‟Non è solo colpa degli americani. A volere la morte di Saddam sono stati soprattutto gli iraniani. È la loro vendetta per otto anni di guerra. Ora non mi stupirei se cercassero anche di trafugare il corpo”.
Ha collaborato Walid al Iraqi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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