Un saluto solidale all’edicolante milanese che, nei duri e lunghi giorni dello sciopero dei giornali, facendo capolino tra due pile alte un metro di ‟Libero” e del ‟Giornale” mi ha allungato ‟Le Monde” e mi ha detto: "Beato lei che sa il francese. Oggi non c’è neanche il ‟Manifesto”. Io che sto qui tutto il giorno, che diavolo leggo?". Non ho avuto il coraggio di dirgli che avrei comperato anche un quotidiano norvegese, o una rivista di falegnameria, pur di salvarmi dal tripudio del crumiraggio di destra che trasforma le edicole italiane, durante gli scioperi, in una specie di edizione cartacea di Rete Quattro. La pur malinconica lettura del ‟Giorno” (che fu un grandissimo giornale, qualche secolo fa) conteneva almeno il sale del divertimento: in prima pagina c’erano due commenti sul caso Welby, il classico "pro" e "contro", però era contro anche il pro. Grazie per l’attimo di buon umore. Quanto al clima complessivo dell’informazione italiana dei giorni scorsi, Alessandro Robecchi ha scritto sul ‟Manifesto” che in edicola mancava solamente il Mein Kampf. Ma sono quasi sicuro che si sia sbagliato: in qualche angolino riposto il Mein Kampf doveva esserci per forza.

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