La Birmania è il miglior esempio di come le cose possono andare per il verso storto quando dei leader autoritari guidano lo sviluppo economico. Per decenni una brutale giunta militare ha creato un moderno incubo nazionale incarcerando oltre 1.100 prigionieri politici, distruggendo virtualmente il sistema scolastico del Paese, soffocando tutti i media indipendenti e portando avanti un brutale pogrom contro gruppi etnici attraverso la distruzione di oltre 3.000 dei loro villaggi. Non solo vengono cancellati i villaggi, ma le zone vengono minate per impedire a chiunque di farvi ritorno. In tutte le circostanze possibili i birmani hanno fermamente respinto il governo autoritario nel loro Paese. In occasione delle ultime elezioni, la Lega Nazionale per la Democrazia, Nld, il partito politico di Aung San Suu Kyi, la sola vincitrice del premio Nobel per la pace in prigione, ha ottenuto l’82% dei seggi in Parlamento.
Al cospetto di questo voto schiacciante a favore del cambiamento, la giusta militare ha annullato le elezioni. Nel 2003, durante uno dei brevi periodi nei quali non è stata agli arresti, Aung San Suu Kyi ha fatto un giro per il Paese e ha parlato della libertà e della democrazia dinanzi a folle enormi. Il regime, sentendosi minacciato, ha dato mano libera ai suoi criminali. In quello che è stato in seguito conosciuto come il massacro del 30 maggio, sono stati assassinati oltre 100 membri della Lega Nazionale per la Democrazia e molti altri sono stati selvaggiamente percossi.
Negli ultimi 15 anni le Nazioni Unite, malgrado gli sforzi, non sono riuscite ad affrontare con efficacia il problema del regime birmano. L’Assemblea generale dell’Onu ha approvato 16 risoluzioni consecutive che invocavano un cambiamento in Birmania: tutte sono state ignorate dal regime. La Commissione Onu sui Diritti Umani ha approvato 13 risoluzioni anch’esse ignorate. Per porre mano al problema del regime militare, la Commissione sui Diritti Umani ha nominato quattro rappresentanti inviandoli in Birmania. Ciascuno di loro ha compiuto molti viaggi in Birmania incontrando esponenti del regime militare. L’allora Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, ha nominato due inviati speciali per negoziare un cambiamento politico in Birmania. I due inviati hanno compiuto numerose visite nel Paese, ma sono stati ignorati dalla giunta. I numerosi diplomatici sono stati gestiti con furbizia dal regime. Gli esponenti della giunta hanno utilizzato gli incontri per accattivarsi il favore internazionale grazie al fatto di essere ‟entrati in trattative” con l’Onu e, al tempo stesso, hanno consolidato il loro potere rifiutando qualsivoglia concessione reale. All’ultimo inviato Onu, Ibrahim Gambari, capo politico di Annan, è stato riservato il medesimo trattamento quando si è recato di recente in Birmania. Al pari dei precedenti inviati dell’Onu, ha fatto ritorno a mani vuote. Per di più nel momento stesso in cui incontrava i generali birmani, la giunta militare lanciava ulteriori, violenti attacchi contro le minoranze etniche e condannava a 14 anni di reclusione due sostenitori della Lega Nazionale per la Democrazia.
A poche settimane dalla partenza di Gambari le attività in Birmania della Commissione Internazionale della Croce Rossa rimangono seriamente ostacolate; l’International Labor Organization (NdT, Organizzazione internazionale del lavoro) ha deferito la Birmania al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e al Tribunale penale internazionale per prevaricazioni in materia di lavoro forzato. Prima di poter compiere dei progressi è necessario riconoscere il duplice fallimento negli ultimi 16 anni dello sviluppo a guida autoritaria e della diplomazia tradizionale. Non solo la Birmania non ha conosciuto la sviluppo, ma si trova alle prese con una tremenda crisi umanitaria imputabile al suo sistema di governo.
Finalmente la Birmania è stata inserita nell’agenda permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta di una decisione cui va dato seguito. Il Consiglio di Sicurezza ha in passato agito in situazioni meno gravi di quelle della Birmania. La giunta sta provocando devastazioni non solo all’interno della Birmania, ma in tutta la regione causando massicci esodi di rifugiati, permettendo il traffico di anfetamine ed eroina con i paesi confinanti e non prestando dannosamente (alcuni direbbero deliberatamente) attenzione all’emergenza Aids che ha reso la Birmania terreno fertile per un nuovo ceppo resistente di questa orribile malattia.
Queste minacce sono state indicate in un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza nel settembre dell'anno passato. Ora che la Birmania figura nell’agenda del Consiglio di Sicurezza, sollecitiamo l’approvazione di una risoluzione non punitiva che serva da piattaforma per liberare i prigionieri politici, per cessare gli attacchi contro le minoranze etniche della Birmania e per promuovere il dialogo politico che porti alla pace e alla libertà che la stragrande maggioranza dei birmani hanno chiesto. I birmani meritano il nostro chiaro appoggio e la nostra efficace iniziativa che è stata troppo a lungo rinviata.


L’arcivescovo Desmond M. Tutu è stato insignito del Nobel per la Pace nel 1984. Amartya Sen ha ricevuto il Nobel per l’Economia nel 1998
© International Herald Tribune
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Desmond Mpilo Tutu

Desmond Mpilo Tutu

Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, è stato Arcivescovo di Città del Capo (Sudafrica) fino al 1996. È attualmente visiting professor presso la Emory University ad Atlanta. È stato a capo della Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita da Mandela subito dopo la fine dell'apartheid.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>