La notizia in sé non ha fatto grandi titoli di giornale: giusto un lancio del Press trust of India (Pti), l'agenzia di stampa statale indiana, che il 1 gennaio dava conto di una cerimonia ufficiale per la conclusione dei lavori alla diga di Sardar Sarovar, sul fiume Narmada. In quell'occasione il chief minister (capo del governo) dello stato nordoccidentale del Gujarat, Narendra Modi, ha dichiarato che ‟l'India sta compiendo un balzo in avanti”; ha detto che ‟la diga cambierà il futuro del paese, e il Gujarat ne trarrà beneficio”. Frasi di circostanza, certo. Vale la pena però di soffermarsi su questa notizia.
Il fiume Narmada, il più importante fiume dell'India centrale, scorre per 1.300 chilometri da est verso ovest, attraverso tre stati, prima di gettarsi nel mare Arabico. Qui i governanti indiani hanno concepito un progetto grandioso: il ‟Progetto di sviluppo della Valle di Narmada” comprende una trentina di grandi dighe e innumerevoli sbarramenti minori sul fiume e i suoi affluenti. Quella di Sardar Sarovar è la più grande: taglia il Narmada appena entrato nel territorio del Gujarat, formando un lago artificiale nello stato a monte, il Madhya Pradesh, e per una piccola parte nel terzo stato rivierasco, il Maharashtra (che ha come capitale Bombay). I lavori, cominciati nel 1987, sono durati alla fine diciannove anni. Larga 1,250 metri, la diga ha raggiunto l'altezza di 122 metri (era stata progettata per 136,5 metri di altezza, così è già un piccolo ridimensionamento). Secondo il governo indiano, la nuova diga permetterà di irrigare oltre 1,8 milioni di ettari di terra in Gujarat, fino alle regioni aride e spesso soggette alla siccità del Kutch e del Saurashtra, a occidente - anche se le stime sui milioni di ettari irrigati o di persone dissetate dal Sardar Sarovar hanno oscillato in modo impressionante nel corso degli anni...
Se il beneficio economico è discusso, l'impatto della diga di Sardar Sarovar è invece ben visibile: un lago artificiale gigantesco che ha sommerso villaggi, terre coltivate, foreste; ha costretto a spostarsi 350mila persone e stravolto la vita di altre centinaia di migliaia. Alla fine mezzo milione di persone avranno perso case e mezzi di sostentamento (terre coltivabili e foreste), e anche la coesione sociale e il senso di sé. Per questo la costruzione delle dighe ha suscitato proteste e resistenze tra gli abitanti della valle. Il ‟Movimento per la salvezza della valle di Narmada” (‟Narmada Bachao Nadolan”), nato a metà degli anni '80, si batte per fermare la diga e perché gli sfollati ricevano terra coltivabile dove risistemarsi: ‟terra in cambio di terra”, e non solo qualche soldo di risarcimento e un futuro negli slum urbani. Il movimento di Narmada ha registrato qualche vittoria (come quando nel '93 la Banca Mondiale decise di ritirarsi dal progetto di Sardar Sarovar, riconoscendo che era impossibile risistemare tutti i futuri sfollati in modo equo e dignitoso: il costo umano dell'opera sopravanzava ogni possibile beneficio economico). I lavori sono andati avanti, con investimenti nazionali - e così anche le battaglie delle popolazioni di Narmada, tra cause legali, manifestazioni di massa, e gesti drammatici di resistenza popolare.
Ora i lavori sono terminati, pare. Il Narmada Bachao Andolan però fa notare che decine di migliaia di famiglie non sono state ancora risistemate, in barba agli ordini della Corte Suprema: questa aveva decretato già anni fa che i tre stati interessati dovevano garantire la risistemazione degli sfollati prima che le loro vecchie case siano sommerse. La scorsa primavera il Narmada Bachao Andolan aveva accusato Gujarat e Madhya Pradesh di aver truccato i dati: per ottenere il nullaosta a continuare i lavori avevano fatto risultare risistemate famiglie che ancora non avevano ricevito case e risarcimenti. In un comunicato diffuso lunedì, il Narmada Bachao Andolan dice che almeno 35mila famiglie (175 mila persone) abitano ancora nell'area di sommersione della diga: l'acqua salirà con la prossima stagione di monsoni, in giugno-luglio, ma loro non hanno dove trasferirsi. Accusano: tra marzo e maggio scorso, dopo un sit-in di massa a New Delhi, il governo centrale aveva incaricato un comitato di rivedere la faccenda degli sfollati, e si era impegnato a non permettere di mandare avanti i lavori prima di aver garantito sisarcimenti e riabilitazione a tutti. Ma la revisione non c'è stata e lo stato del Gujarat ha ugualmente mandato avanti i lavori. Per questo ieri diverse manifestazioni di protesta si sono tenute nella valle di Narmada. Resta il problema di fondo: gli sfollati, per lo più poverissimi contadini fuoricasta o nativi, stanno pagando un prezzo terribile per un'opera da cui non trarranno alcun beneficio. Una grande ingiustizia.

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