New York, primi giorni dell’anno, strada festosa e affollata come in un film natalizio di Frank Capra, proprio davanti al celebre Plaza Hotel dove ha abitato Scott Fitzgerald. È anche un luogo che tutti i bambini d’America conoscono. Ho appena regalato alla mia nipotina ‟Eloisa al Plaza” storia di una bambina che in quell’hotel si è perduta e ha vissuto mille avventure.
Adesso intorno all’edificio, che a causa del tetto di rame ricorda un po’ Lucerna e un po’ il castello di Praga, c’è una immensa impalcatura. Dopo i lavori in corso non sarà più un albergo ma un condominio di lusso. Chi ha scritto e illustrato lo striscione che avvolge il palazzo come se fosse un immenso pacco regalo, conosce la storia di ‟Eloisa al Plaza” e intende usarla come punto di vendita. Si vede la figuretta di una bambina che corre e questa immensa scritta: ‟Conoscete un posto migliore per un bambino a New York? Qui vendiamo appartamenti da un milione e mezzo a dieci milioni di dollari”.
I bambini infagottati nei piumoni e nei berretti di lana, portati qui a godere gli alberi illuminati e le incredibili vetrine di Natale guardano lo striscione come si guarda un film, fermandosi a lungo come se dovesse accadere qualcosa.
Accade, infatti, e tutti qui ne sono testimoni: come il lastrone di un iceberg questo Paese, che certo non è un Paese di poveri, si spacca. Qualcuno è saltato dalla parte del palazzo col nastro che proclama il suo prezzo, da un milione e mezzo a dieci milioni di dollari. Qualcuno (molti, molti di più) no.
Qual è il fatto nuovo, mai accaduto in passato? È la proclamazione pubblica della ricchezza da parte dei ricchi. Nessuno è mai andato in giro a dire a tutti: ‟Abito in un appartamento da dieci milioni di dollari”. D’ora in poi lo dice l’indirizzo. Abiti al Plaza? Allora sei molte volte più ricco dei milioni di dollari che è costato l’appartamento. Nessuno compra una casa da dieci milioni di dollari se ne ha solo undici. O quindici. O appena venti.
E il messaggio che coinvolge i bambini (‟conoscete un posto migliore per un bambino a New York?”) funziona. Raccontano psicologi infantili e insegnanti che nelle scuole pre-elementari si formano piccole gang a seconda degli indirizzi. Pare che i bambini di quattro-cinque anni sappiano con esattezza il costo della casa in cui vivono. E quelli sotto i cinque milioni sono tenuti a distanza come la piccola fioraia dell’indimenticabile film di Charlie Chaplin.
Infatti proseguendo lungo la festosa Fifth Avenue illuminata come in una festa patronale, quando arrivate all’altezza del Metropolitan Museum, trovate, di fronte (Fifth Avenue angolo Ottantaduesima strada) un’altra impalcatura intorno a un altro edificio in ricostruzione (il vecchio Hotel Standhope). E questa volta il messaggio di vendita, scritto a caratteri immensi su uno spazio alto tre piani, è più secco e dice solo l’essenziale: ‟appartamenti a partire da dieci milioni di dollari”.
E di nuovo si compie il fatto rivoluzionario che sta segnando e cambiando l’America, come è accaduto in altri tempi con la rivolta delle masse povere.
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Un nuovo fantasma si aggira per l’America, quello dei troppo ricchi decisi a farsi valere.
Questi cartelli proclamano ‟tutto il potere ai ricchi” e anche, parafrasando il vecchio e datato ‟black is beautiful” del potere nero, il grido sembra essere ‟ricco è bello”. È sempre stato bello, ma adesso è rivendicato con la furia dei campesinos. Campesinos banchieri. Campesinos dei fondi pensioni. Campesinos dei fondi a rischio. Campesinos delle più astute banche di Wall Street. ‟Non ci sono abbastanza Ferrari” proclama la prima pagina del New York Times del 25 dicembre. Non facciamo confusione, non si tratta di una esplosione di ricchezza popolare. Non si tratta di uno di quei fatti inevitabili che, improvvisamente e brutalmente, cambiano la vita di tutti. Si tratta di una decisione politica. I ricchi sono esentati. I dividendi sono tassati meno, molto meno, del salario di una segretaria. Non solo non ci sono più risorse per i poveri - che comunque da tempo non sono più rappresentati da alcun partito - ma tutto ciò che resta delle tasse da pagare per sostenere il Paese, infrastrutture, servizi, soccorsi, forze armate, pesa sulle spalle di chi lavora. È un’immensa e indistinta classe media sempre più assente dalla politica, sempre più subordinata. Si diffonde una nuova umiltà che non si era mai vista prima in America. La folla di Natale ammira il cartello ‟Appartamenti a partire da dieci milioni di dollari” come se fosse la nuova cometa. Ma quella cometa non riguarda ciò che resta del lavoro retribuito. Lo splendore della festa del possesso oscura il lavoro e il senso che ha sempre avuto in questo Paese.
Lo stesso giorno a pag. 41 dello stesso quotidiano, leggiamo (accanto all’immagine della Statua della Libertà che trema di freddo): ‟Questo inverno decine di migliaia di newyorkesi sono forzati a fare una scelta fra comprare un cappotto e mettere il cibo in tavola. È necessario l’aiuto di tutti: donare i cappotti e i giacconi usati nelle stazioni ferroviarie, nei commissariati di polizia, ai capolinea degli autobus. Non dimenticate le giacche imbottite per i bambini. Non dimenticate le termocoperte usate per le culle. Ci sono bambini piccoli che quel conforto non l’hanno mai avuto”.
Sarà stato lo spirito natalizio a far luce su un vasto cono d’ombra d’abbandono, ma Usa Today, uno dei più diffusi quotidiani d’America, pubblica in prima pagina questa inchiesta: ‟Hanno un impiego e una paga decente. Lavorano e pagano le tasse. Ma non riescono a pagare l’affitto”. È la storia di una nuova, vasta tribù composta da lavoratori americani e nuovi venuti, tutti occupati nella infinita catena di montaggio dei lavori che non fa più nessuno, un popolo che si alza ogni giorno - feste comprese - alle tre del mattino. Sul posto di lavoro quel popolo c’è sempre. Ma le paghe restano ferme o diminuiscono (in Italia conosciamo bene il sacro tabù secondo il quale bisogna continuamente diminuire il costo del lavoro) e gli affitti salgono, trascinati dal folle mercato degli appartamenti ‟a partire da dieci milioni di dollari”, ovvero la trionfante dichiarazione di vittoria sul mondo dei salariati.
Il 27 dicembre, Usa Today rintraccia e segue un’altra tribù americana, quella dei ‟repossessed”. Succede questo: basta niente (una malattia, un nuovo bambino) per indebitarsi. Chi non ha casa ha quasi sempre un auto o un camioncino per il lungo spostamento verso il lavoro in un Paese che ha tutto, ma niente trasporto pubblico. Allora puoi offrire l’auto o il camioncino in garanzia per ‟prestiti facili” raccomandati da tutte le radio e le reti tv. Il prestito è a lunga scadenza, l’interesse - ha calcolato il giornale - da strozzinaggio: basta il ritardo di un giorno nel pagamento e, uscendo di casa, non trovi più il tuo unico mezzo di trasporto per andare al lavoro. Come prevede il contratto, come ci hanno fatto vedere anche allarmate denunce dei telegiornali, chi presta danaro contro un’auto pretende una copia delle chiavi. Un momento dopo il ritardo nel pagamento di una rata, l’auto è immediatamente sequestrata. Per poco che valga, vale tre, quattro, cinque volte più del modesto prestito ottenuto. Ma il contratto dice che la storia finisce lì. Neppure pagando la rata arretrata si può ottenere la restituzione dell’auto che è stata ‟repossessed”.
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Come in un buon film d’avventure, la storia ricomincia altrove. E’ la storia di una ricchezza in corsa per la quale sembra che non vi siano limiti.
Eccoci di nuovo sulla prima pagina del New York Times di Natale. ‟”Di chi è questo jet?” domanda il giovane manager ancora stordito dalla felicità per il ‟bonus” appena ricevuto, un premio di fine anno fra i cinquanta e i sessanta milioni di dollari. ‟È suo, signore” dice la hostess con un largo sorriso. ‟È suo e può andarci dove vuole””. Ed ecco il passaggio-chiave dell’articolo: ‟Nelle ultime settimane immense ricchezze sono passate da banche a banchieri, da fondi di investimento ai manager che li hanno governati, da Goldman Sachs, da Lehnam Brothers, da Morgan Stanley a un selezionato gruppo di operatori che sanno di meritare simili somme perché sanno come produrre danaro col danaro, senza sfiorare mai le noie di investire nel lavoro.
Il fatto è che fra i nuovi immensamente ricchi e i nuovi irreversibilmente poveri non c’è - salvo la carità - alcun contatto.
Infatti non li lega o connette alcun sistema di produzione. Il danaro risale dal basso - attraverso depositi, fondi, accantonamenti di ogni tipo, frutto di ogni genere di prudenza, di risparmio, di lavoro, di anzianità, di sacrificio, di speculazione, e si accumula in alto, nelle mani di coloro che sanno moltiplicare il danaro, ridistribuendone una parte a se stessi. Non tolgono niente a nessuno. Tolgono solo l’orgoglio di coloro che lavorano per affermarsi in un mestiere. Tolgono il mitico progetto americano del successo che dipende dal tuo impegno e dal tuo talento. Infatti la distanza immensa produce improvvisi, brutali balzi in avanti per chi lavora col danaro e un continuo scivolamento all’indietro per chi è rimasto legato al lavoro quotidiano compensato con paghe e salari.
Persino medici e avvocati appaiono, in questo paesaggio, artigiani accampati intorno al castello dei signori. Il castello ha alzato il suo ponte levatoio quando George W. Bush, contro il parere di economisti come il premio Nobel Joseph Stiglitz, ha tagliato drasticamente le tasse per i più ricchi (‟non ci sono abbastanza Ferrari”) e producendo l’esplosione dei costi-simbolo delle case di lusso. ‟Una immensa energia finanziaria si è concentrata molto in alto, lontanissima dalla maggior parte della gente, con scarsi incentivi a investire nel lavoro di altri perché il danaro si remunera meglio da solo”. Ma questa non è una nuova lotta di classe. Non c’è l’altra classe. Ci sono milioni di individui che vivono meglio o peggio o ai limiti del possibile, chi con più, chi con meno successo o fortuna, chi con l’aiuto della famiglia, ma tutti spettatori di uno spettacolo a cui non partecipano, e in cui non hanno alcun ruolo.
Perciò oggi Joseph Stiglitz dice: ‟Alla base del problema economico americano ci sono le misure adottate da Bush: un taglio delle tasse che ha privato lo Stato di risorse (ricerca, ospedali, bambini, anziani, povertà, disastri come l’uragano Katrina in cui gli abitanti di New Orleans muoiono perché non ci sono mezzi per portarli via, ndr) ma non ha stimolato l’economia perché era stato pensato solo per avvantaggiare i più ricchi. Questa strategia economica non è sostenibile. Per la prima volta dalla depressione (1929) i risparmi familiari sono negativi (vuol dire debito, ndr) e il Paese prende in prestito tre miliardi di dollari al giorno dagli stranieri”. (La Repubblica, 28 dicembre).
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Ma ecco in che senso tutto ciò interessa il lettore italiano. Fermatevi un istante prima di dire che questa è la solita America del capitalismo selvaggio. Non lo è. Non è neppure capitalismo, perché spreca molto e non produce nulla. È il mondo prossimo venturo, da New York a Manila, da Hong Kong a Milano, se diamo retta ai profeti della modernità. Per essi basta togliere regole e scatenare la concorrenza. Il mercato provvederà a tutto. Che si tratti di una grande bugia lo spiegano pochi economisti coraggiosi come il Nobel Stiglitz, come il nobel Amartya Sen. Gli altri, anche in Italia, ci dicono che la riposta moderna è nei tagli. Tagli alle pensioni, tagli al costo del lavoro, tagli alla salute, tagli alla spesa sociale. Eppure la spesa sociale è il modo in cui lo Stato risponde ai bisogni urgenti e ci fa sentire cittadini.
Quanto agli appartamenti simbolo di New York, a ‟partire 10 milioni di dollari” ci sono anche a Napoli, a Palermo, in Calabria. Da noi i fortunati occupanti hanno un nome che spiega: camorra, ‘ndrangheta, mafia. Spiega il mondo moderno desiderato dai profeti delle pure forze di mercato, pieno di soldi, privo di regole, in corsa verso quegli sbandamenti disastrosi che accadono la mattina, dopo la discoteca.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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