Vertice della terra riunito a Rio de Janeiro, per non firmare la Convenzione mondiale sul cambiamento del clima. La ‟scienza”, per sua natura, si nutre di dubbi, ma per la verità su alcune cose ormai è largamente concorde: una è che il riscaldamento della temperatura terrestre è dovuta all'aumento della concentrazione di gas ‟di serra” nell'atmosfera, e questa è dovuta in gran parte ad ‟attività umane” come l'uso di combustibili fossili per produrre energia e alimentare le economie industriali. Tanto che la Casa Bianca (oggi guidata da George Bush figlio) per rifiutare il Protocollo di Kyoto ora usa un altro argomento: nuoce agli interessi economici americani. Il dubbio però resta utile. E per crearlo basta un libro di ‟scienziati scettici” che diventa un caso giornalistico, o un rapporto secondo cui lo scioglimento dei ghiacci artici è dovuto a ‟cicli naturali”... Il ‟dubbio scientifico” però spesso è coltivato (e finanziato) a fini tutt'altro che scientifici. Un esempio è indicato nel rapporto diffuso giorni fa dalla Union of Concerned Scientists (Ucs, ‟Unione degli scienziati impegnati”), a cui aderiscono circa duecentomila ricercatori e scienziati e che ha sede a Cambridge, Massachussetts. L'associazione ha analizzato il comportamento di ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera al mondo: risulta che ha speso quasi 16 milioni di dollari tra il 1998 e il 2005 per finanziare una rete di organizzazioni che producono articoli e rapporti per mettere in dubbio le conoscenze note ‟perfino sulle cose più inconfutabili e scientificamente provate” in materia di cambiamento del clima. Una tattica simile a quella usata dal le grandi aziende del tabacco per evitare le limitazioni al fumo: ‟Un investimento modesto ma efficace ha permesso al gigante petrolifero di alimentare il dubbio sul riscaldamento globale e rinviare l'azione del governo, proprio come le big del tabacco hanno fatto per 40 anni”, dice Alden Meyer, direttore della strategia presso la Union of Concerned Scientists (citato dal notiziario elettronico Environmental News Service, 5 gennaio). Il rapporto fa notare che il gigante petrolifero ha finanziato un vasto assortimento di istituzioni ‟in modo da creare l'impressione di un'ampia piattaforma”, e ‟dipingere così la sua opposizione alle misure per tagliare le emissioni di gas di serra come una positiva ricerca di "scienza saggia" invece di ciò che è, il suo interesse commerciale”. Il rapporto è titolato Smoke, Mirrors and Hot Air: How ExxonMobil uses Big Tobacco's Tactics to Manufacture Uncertainty on Climate Change, (‟Fumo, specchi e aria calda: come ExxonMobil usa le tattiche delle Big Tobacco per creare incertezza sul cambiamento del clima”). La Union of Concerned Scientists elenca le organizzazioni che hanno beneficiato nel 2005 dei finanziamenti di ExxonMobil, per un totale di 6.7 milioni di dollari. Ci sono università, organizzazioni politiche come la Western Governors Association, la Fondazione del Black Caucus (il gruppo parlamentare nero al Congresso), il George Marshall Institute, e alcuni dei think-thank di politica interna ed estera ‟che promuovono il dibattito pubblico su questioni di diretta rilevanza per la compagnia”: la Brookings Institution, l'American Enterprise Institute, il Council for Foreign Relations o il Center for Strategic and International Studies. Una strategia subdola: la compagnia petrolifera pretende di finanziare istituzioni che perseguono la conoscenza scientifica e tecnologica, ma è ‟una copertura, per condurre una campagna di disinformazione”, si legge nel rapporto della Ucs: ExxonMobil si dà ‟un'immagine pubblica "filo-scienza" per mascherare la sua azione volta a ritardare vere misure per affrontare il cambiamento del clima”. Disseminare il dubbio serve a perpetuare la discussione sulle ‟incertezze della scienza”, mentre la compagnia usa le sue entrature nel Congresso e nel governo degli Stati uniti per assicurarsi politiche favorevoli ai suoi interessi. Una strategia cinica: ‟ExxonMobil sa bene che il pubblico può essere manipolato perché la scienza del clima è complessa, e perché il pubblico tende a non vedere la fonte delle informazioni”. Gli effetti del riscaldamento globale cominciano però a essere visibili, e sarà difficile nasconderli. In un comunicato, ExxonMobil respinge le accuse della Union of Concerned Scientists: vuole solo ‟incoraggiare la seria ricerca, analisi, condivisione delle informazioni e trasparenza”. Interessante però: nel respongere le accuse, la compagnia petrolifera è costretta a riconoscere che i combustibili fossili sono in gran parte responsabili del riscaldamento del clima...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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