Il più spiritoso fu Vittorio Sgarbi: ‟Ammetto d’essere stato fisicamente assente, ma sempre intellettualmente presente”. Ancora ignoto al grande pubblico, ‟lavorava” alla soprintendenza di Venezia. Arrivava tardissimo la mattina dicendo d’essere ‟come Proust, che dava il meglio di notte” e marcava visita denunciando ora ‟anemie sideropeniche con ipotensione costituzionale”, ora infezioni da cimurro (malattia dei cani) e ora crisi ‟allergiche matrimoniali” causategli dalla petulanza di una ragazza che volendolo a tutti i costi sposare, diceva, gli aveva sfasciato il sistema nervoso. Condannato a sei mesi, si scocciò e sbatté la porta. Avesse tenuto duro, potete scommettere che non sarebbe stato licenziato mai neppure lui. È un’impresa, da noi, liberarsi di un dipendente pubblico. Un’impresa spostarlo. Un’impresa punirlo. Il giorno che il Comune di Roma comunicò di avere buttato fuori un vigile che si assentava continuamente e di avere le prove che lo faceva per seguire due società di impianti fognari di cui era padrone (con due miliardi di lire in banca: due miliardi di allora!), Cgil, Cisl e Uil fecero un comunicato stigmatizzando il fatto che il Comando avesse ‟fornito notizie riservate sui casi di corruzione” con ‟l’obiettivo chiaramente strumentale di dimostrare l’efficientismo dell’apparato centrale a fronte di una situazione di presunto malcostume”. Dice la sinistra alternativa, storcendo la bocca, che l’intesa tra governo e sindacati per introdurre per i lavoratori pubblici (timidi) elementi di mobilità e di meritocrazia e di punizione di fannulloni, ladri e corrotti, non è una priorità. Boh... Vada a farsi un giro sulle banche dati. Scoprirà che l’Inps, che pure è tra gli enti parastatali più severi, è riuscito a licenziare negli ultimi due anni solo 11 persone indifendibili potendo solo sospenderne altre, quali un medico che, incaricato di fare visite fiscali a domicilio, offriva referti generosi alle donne che gli offrivano il letto. Le Ferrovie hanno dovuto riassumere macchinisti che avevano fatto scioperi, diciamo così, ‟individuali”, con danni enormi ai cittadini. Il Comune di Napoli, come i lettori sanno, è riuscito a liberarsi solo di uno dei 321 dipendenti denunciati perché si erano gonfiati la paga autocertificando di avere a carico tanti suoceri, zie, nonni, cugini e consuocere da strappare anche 20 mila euro di arretrati. E lo stesso si è appena ripetuto coi municipali di Taranto che, dice un’indagine interna, si sarebbero complessivamente fregati da 21 a 30 milioni di euro. Per non dire degli impiegati beccati con la tangente in tasca: numeri alla mano, come può dimostrare Camillo Davigo in base a vent’anni di casellari giudiziari, hanno 98 probabilità su 100 di cavarsela con meno di due anni. Condanna che non farà licenziare nessuno neppure con la nuova legge voluta da Luigi Nicolais. In compenso, i giornali assai poveri di punizioni esemplari (una manciata negli ultimi decenni), traboccano di notizie che si ripetono immutabili. Come la denuncia poche settimane fa al ‟Cardarelli” di Napoli di 20 impiegati che se n’erano andati dopo aver timbrato il cartellino o il cartellino l’avevano addirittura fatto timbrare ad altri. Un episodio che a molti avrà ricordato il caso di Claudio Miccio che anni fa, dopo aver marcato la presenza, aveva abbandonato il centralino dell’ospedale finché i carabinieri lo avevano beccato al mare a Licola, la spiaggia cantata da Edoardo Bennato: ‟A Licolaaaa / sotto la canicolaaa...”. Secondo la Ragioneria generale dello Stato nei 9.811 enti pubblici passati al setaccio nel 2005 (ospedali, scuole, ministeri...) il dipendente medio non lavora, tra ferie e malattie e permessi retribuiti, per 50,7 giorni l’anno. Con punte di 58,75 nella sanità, 61,28 nelle agenzie fiscali, 69 in enti come Aci, Istat, Cnr... Ogni tanto c’è chi entra nell’hit parade. Come quel vigile milanese finito finalmente nei guai due anni fa per avere fatto dal 1995 al 2004 una media di 162 giorni di assenza per malattia l’anno. Cercò di spiegare che stava male sul serio. Gli risposero mostrandogli la lista dei medici di base che aveva cambiato perché non gli facessero storie: 33 dottori. Record battuto da un’infermiera dell’ospedale di Treviglio, denunciata perché dal 1999 al 2004 non si era ‟quasi mai” presentata al lavoro arrivando a presentare ‟documenti falsificati”. Primato battuto a sua volta nel gennaio dell’anno scorso da un docente di Agraria di Palermo, condannato a restituire 20 mila euro (su 470 mila quantificati!) per aver dato buca all’Università e ai suoi studenti per quindici anni consecutivi, ‟senza alcuna contestazione e senza alcuna sanzione agli obblighi scientifici e didattici per i quali era retribuito”. Non fu quella, con il maxi-sconto, l’unica sentenza immortale. Anzi. L’Ufficio tecnico della Finanza di Udine non è riuscito a lungo a liberarsi di un’accanita assenteista, più volte inutilmente licenziata, per cavillosi appunti del Tar che un giorno arrivò a reintegrare la donna perché era stata convocata dalla commissione disciplina interna con un preavviso troppo breve. Il Tar della Calabria annullò il licenziamento di un bidello perché, anche se in un giorno di malattia se n’era andato a spasso evitando la visita fiscale, ‟l’amministrazione avrebbe dovuto comunque accertarsi delle sue reali condizioni”. Per non dire delle centinaia di licenziamenti sospesi, anche davanti a casi gravissimi, perché la sentenza non era definitiva. Casi troppo spesso, per una prescrizione o un indulto, evaporati nel nulla. Anche una condanna pesante e definitiva, del resto, non è di per sé motivo di espulsione. Lo dimostra la storia di Francesco De Lorenzo, l’ex ministro della Sanità additato a suo tempo, anche con un carico supplementare di rancore, come il simbolo stesso di Tangentopoli. Sospeso dall’Università Federico II dopo lo scoppio dello scandalo e sottoposto a una grandinata di processi, venne reintegrato nel 2001 ‟automaticamente” (così disse il rettore) pochi mesi prima di essere nuovamente arrestato perché condannato anche in Cassazione a cinque anni e quattro mesi. Adesso è di nuovo in cattedra.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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