Due sere fa, nel corso del programma Ballarò vi era stata accesa discussione sul conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. Fedele Confalonieri, sinceramente stupito, ha esclamato rivolto a me: ‟Come è possibile che lei, che è stato per anni vicino ad Agnelli, si scandalizzi per la ricchezza di Berlusconi?”. La risposta è stata facile: ‟Agnelli aveva per le istituzioni il rispetto di ogni altro cittadino, e non si è mai sognato di governare”. Ma è stato in quel momento (in pausa del programma) che il conduttore Giovanni Floris ed io ci siamo detti: ‟In questa puntata è necessario ricordare Leopoldo Pirelli”. I tempi televisivi si sono mangiati tutto, ed è rimasta a Floris solo la possibilità di dire il nome di Pirelli nel giorno della sua morte, alla fine della trasmissione.
Eppure quel nome era il senso di tutto, per capire la faglia dentro cui in questi anni è scivolata l’Italia, dove - secondo alcuni - essere imprenditori non è più una responsabilità verso un intero Paese, ma soltanto una quotidiana protezione di interessi. Ora il problema non è se quegli interessi siano legittimi. Lo sono (e solo Berlusconi è un caso a parte, la invasione di una potenza economica nel campo politico per motivi e tornaconto personali).
Il problema è osservare quanto sia diventato stretto l’orizzonte.
Pensate a una scena come quella di Vicenza, in cui centinaia di imprenditori si prestano a fare da clack fanatica e volenterosa a un leader politico in declino, durante una impropria campagna elettorale che violava ogni regola europea, occidentale e democratica.
E domandatevi se quella cerimonia di pubblica umiliazione di un imprenditore (Diego Della Valle) da parte di un altro imprenditore, Silvio Berlusconi, travestito da candidato premier avrebbe potuto avere luogo se Leopoldo Pirelli fosse stato presente, seduto in quella platea. Si è detto, nelle molte rievocazioni di questi giorni (la più bella e toccante quella di Scalfari su ‟la Repubblica”) che Pirelli era schivo e timido. È vero, e con lui si parlava sempre in modo appartato, non attraverso una tavola o in un largo gruppo di persone. E non perché ci fosse qualcosa di segreto o esclusivo in ciò che diceva. Ma detestava l’idea di gettare un peso - il peso di uno dei maggiori imprenditori italiani - nel mezzo di qualunque conversazione.
Come appare strana la parola ‟liberale” in un mondo, e in una società italiana, e in un mondo imprenditoriale in cui è stato liberale Pirelli.
Eppure la sua presunta timidezza che era soprattutto desiderio di non interferire, di non invadere spazi e intimidire, benché involontariamente, chi lo ascoltava, non è stato silenzio. È stata una presenza civile e democratica che ha profondamente influenzato la vita e la società italiana, ha dato un punto di riferimento a Milano, un senso alle relazioni industriali, un capo e una coda ai discorsi sulla presunta prepotenza dei sindacati, un segnale di rispetto e di dignità nei confronti del lavoro. Con lui attivo e presente non avrebbero potuto esserci convegni in cui giovani imprenditori dedicano applausi da stadio a Giulio Tremonti, autore della non dimenticata crescita zero, fenomeno unico nella storia della Repubblica italiana.
Mi piacerebbe, in questo giorno di ricordo affettuoso di un protagonista di questi decenni per cui ho avuto amicizia, ammirazione e stima, una di quelle persone che potevi citare con un certo orgoglio viaggiando all’estero, mi piacerebbe stare fuori dalle modeste (penose) questioni quotidiane che la vita italiana di oggi propone ogni giorno. Mi piacerebbe, ma come fare, visto che - ricordando Pirelli - tutto di lui evoca onestà, discrezione, rispetto quasi sacrale per la Costituzione nata dalla Resistenza, attenzione quasi maniacale a non interferire mai con le Istituzioni della Repubblica, meno che mai per screditarle o ridicolizzarle. La sua persuasione era che il ruolo di un imprenditore è prendersi responsabilità, non intonare il lungo lamento che quelle responsabilità le scarica ogni volta sugli altri.
Pensate che avrebbe avuto senso con lui intavolare il discorso della competitività e della innovazione che non ci sono per colpa di questo governo (come ci sentiamo dire anche in questi giorni) proprio mentre i conti pubblici riprendono ad accostarsi a normalità, legalità, trasparenza restituendoci decoro nel mondo?
Ecco come ricordo Leopoldo Pirelli. Un uomo serio e sereno che ha fatto della responsabilità (verso il suo Paese, non solo verso i suoi affari) un punto di riferimento, che avrebbe avuto orrore di usare e abusare del suo agio e del suo potere per fare da megafono alla sua voce e togliere la voce agli altri, che non dimenticava che una impresa è parte di un Paese e che quel Paese è segnato dalla Storia, dalle istituzioni, dalla vita democratica, dal mondo di chi lavora e non solo dal mondo di chi ‟fa impresa” (come si dice oggi, ma l’espressione non era sua). E dalla cultura. La conosceva, la frequentava, ne era parte, e non si sarebbe mai sognato di trasformarla in prodotto per uso e beneficio personale. Capisco che a molti lettori giovani tutto ciò potrà apparire una affettuosa esagerazione. Pensate, era vero. Per questo, il rimpianto.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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