‟Una società senza paura è come una casa senza fondamenta”, dice Antonio Albanese nella parte del Ministro della Paura in ‟Psycoparty”. Decisi a provarle tutte per riguadagnare un angolino dopo il naufragio elettorale che li ha visti via via inabissarsi dal 25,2% fino all’1,41 (meno dei repubblicani!) i leghisti hanno deciso di lanciare le ronde anti-crimine, dopo quelle in Veneto, anche nella città giuliana. Mal che vada, hanno pensato, avranno un po’ di spazio sui giornali. Dicono che il sindaco Roberto Dipiazza, un berlusconiano che guida una giunta di destra sia pure senza il Carroccio (che non ha neppure un consigliere nella città del Melone che per primo mise in lista Bossi), non l’abbia presa benissimo. Ovvio: far passare Trieste per una specie di Bronx è non solo auto-lesionista. Ma bizzarro. Lo dicono i carabinieri, che pochi giorni fa annunciavano soddisfatti che nel 2006 i reati denunciati sono calati del 13%, il numero dei delitti scoperti è cresciuto del 28%, gli arresti sono schizzati a un +31% che diventa addirittura un +84% rispetto al 2004. Per non dire gli omicidi, che in tutto il Friuli-Venezia Giulia si sono dimezzati nel 2005, stando al recentissimo rapporto Eures-Ansa, scendendo a 6. Vale a dire che nella regione c’è mezzo omicidio l’anno ogni 100 mila abitanti. Un tasso tre volte più basso della media europea e quasi 11 della media americana. Sia chiaro: non è merito di Dipiazza o di Illy, come non lo è di Pisanu o Amato, di Berlusconi o di Prodi. È merito di tutti insieme. È l’intera società italiana, a essere cambiata in meglio. Basti dire che il numero degli omicidi contati dalla ricerca citata è il più basso di tutta la storia italiana dall’Unità ad oggi: 601 in tutto il 2005. Tanto da spingere il nostro Paese, per decenni accusato di esportare emigranti violenti (il famoso ‟popolo dello stiletto”...), a essere saldamente al di sotto della media europea: abbiamo molti meno assassinii di Paesi come la Francia o la Gran Bretagna e addirittura la metà di nazioni quali Svezia o Finlandia. Per non dire del rapporto con il nostro passato: contiamo in rapporto alla popolazione non solo un quindicesimo degli omicidi negli ultimi decenni dell’800 ma un quinto di quelli degli anni Cinquanta o un quarto di quelli degli anni Ottanta. Certo, vale per la violenza quanto si diceva a proposito dell’inflazione: non basta dire ‟i numeri sono questi, punto e basta”. Anche la percezione della violenza è un sentimento politico che è inaccettabile irridere. Il fatto è che, come sull’igiene (Luigi XIV fece un solo bagno completo in tutta la sua lunga vita, noi arriviamo a fare una doccia al giorno) siamo diventati tutti più esigenti sulla nostra serenità quotidiana. E ciò che pareva quasi normale a Leopardi, che scrive alla sorella di uscire a Bologna, la sera, solo con in tasca i soldi da dare a un eventuale rapinatore, ci sembra oggi intollerabile. È giusto che sia così. Ma se tutti i rapporti sul 2006 del ministero degli Interni, dei Carabinieri, della Polizia dicono che nel Veneto ci sono sì problemi ma c’è stata una diminuzione netta delle rapine e dei furti e di un mucchio di altri reati è giusto seminare l’allarme imbastendo le ronde a difesa di una società dipinta come una giungla mostruosa dove appena esci ti siringano il bambino o ti tagliano la gola?
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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