Finalmente sappiamo che cosa è successo a Vicka-Maria, la bambina bielorussa ospite a Cogoleto, in Italia, nell’unico breve e felice tempo della sua vita. Dalla Bielorussia, in cui era stata forzata a tornare contro la sua disperata volontà non dalle autorità di quella repubblica postsovietica tuttora priva di diritti civili, ma dalle autorità italiane, ci fanno sapere che la piccola sciagurata ha «confessato». Il verbo è testuale, viene dalle agenzie.
La bambina Vicka-Maria ha confessato di essersi inventata le violenze subite nell’orfanotrofio di Vilejka e di averlo fatto su pressioni o minacce della famiglia italiana presso cui trascorreva la sua piccola vacanza felice.
La notizia è di ieri. Dunque datata nel 2007. Ma la notizia è da gulag.
Chiedo ai lettori di ricordarsi di questa bambina, di anni 10, una dei trentamila piccoli che ancora portano tracce severe delle radiazioni di Cernobyl e per questo ogni anno, due volte all’anno, sono ospitati dall’Italia e dalle famiglie italiane. Molti di questi bambini non hanno più una famiglia. O meglio ce l’hanno solo quando trascorrono il loro periodo di sosta e di cura in Italia. Vicka (chiamata Maria nelle vacanze italiane e così identificata dai giornali) è una di queste. Il suo unico legame è un fratello tredicenne già adottato da brava gente bielorussa che ha detto «più di così non possiamo».
Vicka è cresciuta in uno dei famigerati orfanotrofi bielorussi detti ‟internat” e descritti spesso dalla stampa internazionale come luoghi di abbandono e di arbitrio ottocenteschi. Il suo si chiama Vilejka. Durante l’ultimo soggiorno italiano presso i coniugi di Cogoleto, Chiara Bornacin e Alessandro Giusto, unici esseri umani che, nella sua vita breve e infelice, si siano occupati di lei come ‟una mamma” e ‟un papà”, Vicka ha commesso un errore che, a giudicare dalle conseguenze, è molto grave perché comporta sequestro, separazione, punizione da parte di due governi, quello italiano e quello bielorusso. L’errore è questo: la bambina ha confidato prima alla famiglia ospitante, poi a medici e psicologi di istituzioni pubbliche italiane di avere subìto abusi gravi nell’internat di Vilejka da cui proveniva e a cui avrebbe dovuto ritornare.
Gli adulti italiani, famiglia e medici, si sono trovati depositari di una grave notizia di reato (che ai medici è apparsa verificabile e attendibile) e subito l’hanno comunicata alle autorità. Quali autorità? Quelle italiane. Perché Cogoleto è in Italia, perché l’Italia riconosce e protegge i diritti umani e in particolare i diritti dei bambini, come firmataria della ‟Carta dei diritti di San Francisco” delle Nazioni Unite. E perché la bambina ha detto più volte, anche alle psicologhe che l’hanno voluta ascoltare «piuttosto che tornare all’internat mi ammazzo».
Qui la storia diventa strana e tuttora inspiegabile per il diritto, per il sentimento comune italiano, ma anche per il comportamento di un governo di centrosinistra che fa della solidarietà uno dei suoi cardini. Succede questo: appena informata di un reato commesso contro una bambina in una struttura dello Stato di Bielorussia la Procura dei minori italiana (Genova per competenza) avverte prontamente l'ambasciatore dello Stato di Bielorussia. Sarebbe come rivolgersi all’ambasciatore del Sudan riconsegnandogli una piccola cittadina di quel Paese che rifiuta di essere infibulata. Il paragone regge perché non sono i governi che eseguono le mutilazioni sessuali. Però sono pronti a condannare intromissioni e decisi a riprendere il controllo sulle persone che hanno dato un cattivo nome al Paese.
Infatti – tramite l’ambasciatore – la Bielorussia ha immediatamente richiesto – in nome dei diritti dello Stato – il possesso della bambina che ha subìto violenza fisica e sessuale in un orfanotrofio di Stato. Difficile crederci, ma le autorità giudiziarie di Genova hanno rifiutato di ascoltare la piccola e l’hanno messa a disposizione del governo italiano che nel giro di poche ore – tramite la Digos – l’ha messa a disposizione del suo Stato-padrone, la Bielorussia. È il primo caso, che si sappia, in cui un Paese democratico e retto da una Costituzione che garantisce i diritti umani e civili, consegna a uno Stato presunto colpevole un minore che ha denunciato di avere subìto sevizie in un orfanotrofio di Stato.
Quando raccontate la storia così (e purtroppo la storia è incontrovertibile) vi dicono che i coniugi Giusto in realtà amavano e volevano adottare la bambina e che – dopo la denuncia di cui ho appena parlato - si sono rifiutati di restituire la piccola. La colpa sarebbe di avere ascoltato la supplica di Vicka, di avere doverosamente denunciato un delitto e di avere atteso una risposta umana, sensata, ma anche costituzionalmente corretta. La colpa sarebbe di non essersi fidati di giudici che non ascoltano e di ministri che riconosco i diritti di uno Stato, quello di Bielorussia ma non i diritti dei bambini. Quanto allo Stato di Bielorussia, usa, come si sa, i bambini come ricatto. Minaccia di non mandare più quei bambini in vacanza e cura in Italia, se non sarà eseguita la sua volontà. Quella volontà viene eseguita. In poche ore, su aereo speciale, come un sospetto terrorista, la bambina è stata confiscata, consegnata e sparita. Ora noi siamo il Paese e l’opinione pubblica che giustamente dibatte il sequestro in territorio italiano, e contro le nostre leggi, di un presunto terrorista. Ma ci affrettiamo a consegnare a uno Stato in cui un delitto è stato commesso in una struttura di Stato una minore vittima di quel delitto e colpevole di averlo denunciato a un altro Stato – l’Italia – che non ha voluto saperne niente.
Se sollevi il caso, in Parlamento, sui giornali, al ministro o alla Commissione bicamerale per l’infanzia, ti rispondono aprendo un convegno sulle adozioni internazionali. Ma le adozioni internazionali non c’entrano e non c’entra neppure il comprensibile e reciproco desiderio dei coniugi Giusto e della bambina di formare insieme una famiglia (sarebbe l’unica nella vita infelice di Vicka).
Noi, qui, adesso stiamo parlando del delitto di abuso e violenza. Da quando si consegna la vittima invece di proteggerla, magari lontano dagli aspiranti genitori, fino a chiarire l’evento, se possibile collaborando con l’altro Paese ma senza ostaggi e senza ricatti?
Ora veniamo a sapere che un piccolo gulag si è creato intorno alla bambina Vicka. Tutto il potere della Repubblica postsovietica e non democratica della Bielorussia pesa su di lei. Nella migliore tradizione di un brutto passato, la bambina Vicka-Maria, anni 10, ha confessato. Sola al mondo, di fronte al potere di una Repubblica indifferente ai diritti individuali ma preoccupata di salvare la faccia, la bambina ha «confessato» di essere stata obbligata dagli italiani a inventarsi tutto.
Per rispetto - suppongo - dei diritti dello stato Bielorusso, le psicologhe italiane tacciono. Per rispetto dei diritti di proprietà degli Stati sui cittadini, e in particolare sui bambini, i ministri italiani tacciono. Come ho detto, se insisti ti organizzano un bel convegno sulle adozioni internazionali, che sono un argomento importante ma un altro
argomento. E se insisti ancora ricevi lettere di associazioni, non si sa quanto cattoliche e quanto giuridiche, che in nome di tutti gli altri bambini che la Bielorussia tiene in ostaggio e minaccia di non mandare più a curarsi nell’unico paese - l’Italia - che si cura di loro, dedicano frasi di sdegno alla piccola che non ha saputo tenere la bocca chiusa e ha guastato la festa, mandano frasi di cattiveria ai due adulti di Cogoleto che - avendo avuto notizia di un grave reato - l’hanno denunciato.
Naturalmente disprezzo e insulto riguardano anche il parroco di Cogoleto, l’intero paese schierato con la bambina, il convento che l’aveva ospitata pensando che alla denuncia di un delitto segue una inchiesta, non la consegne della piccola vittima e poi la forzata ritrattazione. Minacce arrivano anche a chi scrive. Ma da quando è stato facile difendere il diritto di una sola, piccola persona senza bandiere che si permette di guastare i rapporti fra due Stati sovrani?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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