‟Ecco le prove del ruolo iraniano negli attentati in Iraq”. È iniziata così ieri pomeriggio la conferenza stampa di tre alti ufficiali delle forze armate americane a Bagdad. Un incontro rigorosamente ‟off the record”: niente telecamere o registratori, i giornalisti convocati all’ultimo momento. I tre si sono qualificati soltanto come un ‟ufficiale della Difesa”, un ‟esperto di esplosivi” e un ‟analista di questioni strategiche”. Ma le loro accuse erano circostanziate, con tanto di foto e numeri di serie degli ordigni ‟di fabbricazione iraniana utilizzati in Iraq dalle milizie filo-Teheran”. In sostanza una risposta diretta alle dichiarazioni dell’ambasciatore iraniano a Bagdad, che in diverse interviste la settimana scorsa aveva ribadito che in realtà non esiste ‟alcuna prova concreta del coinvolgimento del mio Paese nelle violenze irachene” e imputato agli americani di avere ‟arbitrariamente” rapito ‟sei diplomatici iraniani”. L’accusa più forte all’Iran riguarda l’utilizzo soprattutto da parte delle due più importanti milizie sciite (‟l’esercito del Mahdi” legato al leader estremista Moqtada Al Sadr e le ‟Brigate Al Badr” del più moderato Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq) di un modello di proiettili perforanti noti come Efp (Explosively Formed Projectiles) capaci di penetrare facilmente anche le corazze dei carri armati Abrams statunitensi. ‟Questo tipo di armi comparve in Iraq nel giugno 2004. Anche se l’utilizzo massiccio è avvenuto dai primi mesi del 2006. E ha causato la morte di almeno 170 soldati Usa, il ferimento di altri 620, oltre alle vittime tra i militari e i civili iracheni”, sostengono gli esperti Usa. Vedere per credere, ribadiscono mostrando le foto dei fori di entrata degli ‟Efp” contro un gippone modello Humvee Usa il 14 gennaio 2007 e una camionetta della nuova polizia irachena il 10 giugno 2006. A ciò affiancano le immagini di bombe di mortaio da 60 e 120 millimetri, lanciagranate, missili terra-aria. ‟Solo l’Iran al momento produce questo tipo di proiettili nella regione. Siamo convinti che il coinvolgimento militare iraniano nelle violenze interne all’Iraq sia voluto direttamente dai quadri alti del regime. Sappiamo che le milizie sciite locali fanno riferimento alle Brigate Al Quds, il fior fiore della Guardia Rivoluzionaria iraniana agli ordini dell’ayatollah Ali Khamenei”, specificano. Quanto al ‟rapimento dei diplomatici”, la replica Usa lascia poco spazio al compromesso. ‟Non si tratta di diplomatici, bensì di agenti dell’intelligence militare e delle brigate Al Quds”, spiegano. A loro dire, i cinque iraniani ‟fermati” nella cittadina curda di Erbil lo scorso 11 gennaio avrebbero cercato di gettare le carte di identità nella toilette pochi secondi dopo il raid Usa, e almeno su di uno di loro sarebbero state trovate tracce di esplosivo. Accuse che si sommano alle informazioni fatte circolare negli ultimi mesi. Per esempio quella relativa alla crescente penetrazione iraniana nelle città sante sciite di Najaf e Karbala, oltre 130 chilometri a sud di Bagdad. Già dall’11 marzo 2004 l’intelligence di Teheran avrebbe tra l’altro aperto una sede a Najaf con la copertura di un’associazione non governativa locale chiamata ‟Ufficio per l’aiuto agli sciiti iracheni poveri”. E qui sarebbero stati reclutati circa 70.000 giovani pronti a unirsi alle milizie pro-Iran con stipendi mensili pari a circa 1.000 dollari. Altri 2.000 studenti iraniani sarebbero stati mandati in quelle stesse città con il compito di infiltrare gli uffici governativi. I media locali segnalano anche un’intensa attività di assistenza sociale, sul modello dell’Hezbollah in Libano e Hamas nei territori palestinesi. Una formula vincente: dove lo Stato è latitante, la popolazione sostiene chi si dimostra in grado di prendere il suo posto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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