Temo che le possibilità di riuscire a ridurre alla ragione e alla decenza gli ultras siano uguali a zero. Né gli appelli edificanti né la più volonterosa repressione possono fare breccia in un muro di violenza e canaglieria eretto nella totale impunità. Linguaggio, mentalità, odio di branco hanno avuto vent’anni di tempo per consolidarsi e autolegittimarsi, e un ragazzo di curva considera normalissimo gridare in coro "pezzo di merda" e "devi morire" a chiunque sieda sulla curva opposta. L’unica speranza è che quella bruttura eretta a regola di vita possa implodere da sé sola, come è sempre accaduto per tutti quei movimenti politici e sociali che devastano per prime le vite di chi ne è coinvolto. Lo spettacolo di domenica scorsa, con i bivacchi di ultras che simulavano nei parcheggi davanti agli stadi vuoti coreografie e coretti, era di uno squallore impareggiabile. Alcuni avevano portato i petardi e si sono fatti arrestare come Fantozzi. Altri si sono fatti trecento chilometri in torpedone per mangiare un panino col wurstel alla periferia di Verona e ascoltare la radiolina seduti sui paracarri. Il primo che avrà il coraggio di ammettere che si sta annoiando, e si sente ridicolo, sarà anche il primo a salvarsi. E sarà contagioso per gli altri.

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