Mai come oggi siamo stati tanto vicini a una escalation nei rapporti tra Occidente e Iran, per l’incapacità di Washington e di Teheran di guardare con minor sospetto qualsiasi cosa arrivi dall’altra parte e il pericolo che le scintille delle continue provocazioni divampino in incendi non più contenibili. C’era perciò molta attesa, per capire in che direzione si muova il regime iraniano, frazionato al suo interno tra moderati e hardliner, per l’appuntamento annuale in cui il presidente parlava alle masse che si sono riversate sulla piazza Azadì a celebrare l’anniversario della rivoluzione. ‟Negoziati sì, precondizioni per il negoziato no”, ha detto Ahmadinejad, ribadendo - a dieci giorni dalla scadenza imposta dall’Onu all’Iran per sospendere l’arricchimento dell’uranio - che l’Iran andrà avanti, perché ‟sospendere sarebbe un’umiliazione”. Tuttavia nel suo discorso sono echeggiati anche quei toni più cauti che si sono fatti sentire a Teheran con maggior vigore dopo che le elezioni di dicembre hanno rivelato una consistente erosione dei consensi per la politica di Ahmadinejad (che non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte agli iraniani, e soprattutto non ha migliorato la loro situazione economica) e una forte ripresa del sostegno popolare per il moderato Hashemi Rafsanjani, diretto antagonista del presidente nel complesso regime teocratico. Non c’è stato, nel discorso del presidente, quell’annuncio trionfalistico sui ‟progressi” nelle attività nucleari, che avrebbe ulteriormente inasprito i rapporti con l’Aiea e che tutti si aspettavano, dopo che lo stesso Ahmadinejad lo aveva più volte ventilato. Si riteneva che il presidente potesse annunciare l’installazione a Natanz di 3000 centrifughe, capaci di dare avvio alla produzione industriale dell’uranio arricchito, che come si sa serve a produrre il combustibile per le centrali nucleari ma anche a creare il nucleo fissile delle testate atomiche. Teheran ha attualmente in operazione due ‟cascate” da 164 centrifughe ognuna. Ahmadinejad si è limitato a dire che ‟la nazione iraniana ha superato i difficili passaggi e stabilizzato il suo indisputabile diritto”, ed è stato l’unico momento criptico di un discorso che altrimenti era chiaro, semplice e comprensibile a tutti com’è nelle abitudini del presidente: l’informalità del suo parlare è una delle cose che l’hanno reso popolare rispetto ad altri dignitari del regime i cui discorsi solo pochi capiscono. Né ci sono state le consuete minacce di uscire dal Trattato di Non Proliferazione. Ahmadinejad ha detto che l’Iran era pronto al ‟dialogo” e che il programma nucleare resterà nei limiti del Trattato che vieta la produzione di armi atomiche: ‟Il governo difenderà i diritti della nazione nel quadro delle regole internazionali”. L’annuncio dei ‟progressi” è stato rimandato al 9 aprile, data in cui l’anno scorso il presidente aveva rivelato che l’Iran era riuscito ad arricchire l’uranio, innescando così la crisi. Secondo diplomatici occidentali a Teheran un gruppo di paesi europei starebbe esplorando la possibilità di un compromesso che permetterebbe all’Iran - per la durata dei negoziati - di mantenere le centrifughe in funzione senza tuttavia alimentarle con il gas di uranio. La proposta non sarebbe condivisa da Usa e Gran Bretagna, preoccupate che Teheran andrebbe comunque avanti nell’acquisizione della tecnologia. Washington, che ha arrestato quattro diplomatici iraniani in Iraq, ha nuovamente ha accusato Teheran di fornire all’insorgenza irachena i sofisticati ordigni esplosivi che hanno ucciso 170 militari Usa, anche se il ministro della Difesa Gates ha insistito che, contrariamente alle voci che circolano, gli Usa non hanno in mente nessun attacco militare. Gli esperti di politica iraniana lamentano unanimemente che la sola opzione che oggi non è sul tavolo e che potrebbe invece essere risolutiva è - come scrivono sul Washington Post Vali Nasr e Ray Takeyh - che gli Stati Uniti impegnino l’Iran in una politica di dialogo ‟come mezzo per promuovere un governo più pluralista e più responsabile a Teheran”.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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