Il sostegno alla ricostruzione in Afghanistan? ‟In questo momento è un compito che spetta soprattutto ai soldati, che dispongono mezzi per arrivare in aree disastrate e insicure”. Parola del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, unico diessino nel ministero della Difesa (su l'Espresso, 9 febbraio). Affermazione sconcertante, quando perfino tra i generali della Nato si sente ammettere che l'intervento militare da solo non basterà a pacificare l'Afghanistan. Bisognerebbe invece affidare alle divise anche l'intervento umanitario?
Il ritardo della ricostruzione è forse il fallimento più clamoroso della ‟comunità internazionale” in Afghanistan: la ricostruzione materiale, limitata a poche strade (e neppure una centrale elettrica) e qualche scuola, e quella delle istituzioni dello stato. ‟La guerra al terrorismo ha oscurato tutto il resto: ricostruire, ristabilire la giustizia, puntare sullo sviluppo umano”, ci diceva nel novembre scorso a Kabul uno dei dirigenti della Commissione nazionale indipendente per i diritti umani. Tutti gli interlocutori incontrati in quell'occasione ci hanno detto che la presenza internazionale in Afghanistan è importante e necessaria, anche quella militare. Dai commissari per i diritti umani ai deputati/deputate indipendenti (cioè, non sponsorizzati da uno dei ‟signori della guerra” che si sono spartiti il potere nel governo di Hamid Karzai, con la benedizione della comunità internazionale). Fino alle numerose (e fragili) ong afghane indipendenti, o l'associazione femminista Rawa che si batte per un'idea laica di democrazia. Ma la presenza internazionale, anche militare, doveva garantire un quadro di sicurezza per permettere agli afghani di ricostruire il paese: ‟Invece hanno investito davvero solo nella guerra al terrorismo, con operazioni militari che continuano a fare vittime civili. E il risultato è che i combattenti sono più forti di anno in anno”, ci diceva Orzala Ashran, fondatrice di una organizzazione per l'empowerment delle donne. ‟Abbiamo bisogno di queste truppe: ma con un mandato trasparente e controllabile, per garantire la sicurezza delle persone”.
È così evidente il ritardo della ricostruzione in Afghanistan che nessuno ha difficoltà ad ammetterlo. E infatti il governo italiano, anche quando dice che ‟rimarremo a Kabul” per rispettare gli impegni presi, promette ‟più impegno civile”, ricostruzione, infrastrutture, interventi sociali e via dicendo. Ma cosa c'entrano i soldati? A loro spetta aiutare ad esempio ad addestrare una polizia nazionale, le guardie di frontiera, i vigili del fuoco, i funzionari del ministero delle finanze che dovrebbero combattere la corruzione e il narcotraffico (punto dolente). Ma la cooperazione deve restare un affare di civili e di coinvolgimento delle comunità locali. Il sottosegretario Forcieri aggiunge due elementi: che ‟bisognerebbe capire come sono stati spesi i fondi” della cooperazione, quali risultati concreti hanno raggiunto, quanti si sono persi per strada. Sacrosanto: tutte le agenzie che maneggiano aiuti devono rendere conto, quelle governative, intergovernative, spovrannazionali (Onu, Unione europea), gli organismi finanziari come la Banca Mondiale, e speriamo anche i Cimic, gli organismi ‟civili-militari” attraverso cui i contingenti militari fanno la loro ‟cooperazione”. Prendiamo la Cooperazione Italiana (cioè l'intervento umanitario del governo italiano): ‟Con un certo orgoglio facciamo rilevare che abbiamo speso il 94,20% dei fondi nei prodetti a favore dei beneficiari, e il 5,80% nei costi di gestione in loco”, ci dice da Kabul Pietro De Carli, che ha coordinato i progetti della Cooperazione italiana in loco tra il 2003 e il 2007. E le Ong? Anche loro devono rendere conto alle agenzie governative o multilaterali da cui ricevono fondi - oltretutto rappresentano briciole rispetto alla massa dei fondi gestiti da governi e agenzie multilaterali. Secondo Forcieri però ‟la popolazione afghana accusa le ong internazionali di essersi arricchite con gli aiuti”. Per la verità sono i signori della guerra a fare quest'accusa, anche perché la presenza di ong che lavorano insieme alla società civile afghana disturba la loro influenza. Ma forse disturba anche la visione tutta militarista espressa da Forcieri.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>