Ancora una volta la Colombia, esagerata e paradossale, non si smentisce. Si dimette da ministra degli esteri Maria Consuelo Arajuo e viene subito rimpiazzata da Fernando Arajuo, un ex ministro del governo Pastrana che pur portando lo stesso cognome viene da un'altra famiglia: un po' meno ricca e potente ma soprattutto non composta da tanti ‟delinquenti in giacca e cravatta” - amici e soci dei paramilitari - come quelli (padre, fratelli, cugini e cognati) di Maria Consuelo. E che, alla fine, le sono costati il posto. Con quel curriculum familiare lo stato colombiano non poteva continuare a mandare in giro per il mondo la pur affascinante ‟Conchi” a chiedere soldi per finanziare proprio il processo di legalizzazione dei paramilitari, oltre alle guerre alla guerriglia e alla droga (secondo i dettami dell'amministrazione Bush). La stravaganza però è un'altra. Il nuovo ministro degli esteri è stato prigioniero delle Farc dal gennaio del 2000 fino alla fine del dicembre 2006, quando riuscì fortunosamente a scappare, approfittando del sorvolo dell'accampamento guerrigliero da parte di alcuni elicotteri militari: prigioniero per sei anni nella selva di una regione nord-orientale del paese, lontano dalla sua famiglia, isolato da un mondo nel frattempo piuttosto cambiato (l'11 settembre, la guerra in Iraq...).
Evidentemente al presidente Alvaro Uribe (che fino a venerdì scorso difendeva a spada tratta la sua ministra) di Fernando Araujo non interessano le capacità diplomatiche o la conoscenza delle dinamiche internazionali, verosimilmente nulle, quanto la possibilità di usarlo nella sua propaganda politica. ‟Mi sembra di grande importanza che il mondo conosca la tragedia nazionale non parzialmente, ma in tutta la sua dimensione” ha dichiarato Uribe, per spiegare la sorprendente nomina di Fernando Araujo. Ricordando la sua liberazione manu militari (sebbene Arajuo abbia vagato cinque giorni nei boschi prima di incappare in un plotone dell'esercito), Uribe ha ricordato che nonostante la sua disponibilità (del tutto presunta) ad uno scambio umanitario, continua a credere nel riscatto dei sequestrati dalla guerriglia ‟attraverso l'azione delle istituzioni armate e costituzionali”. Un messaggio che deve aver inquietato i familiari degli altri 57 tra politici, amministratori e ufficiali ancora in mano dei ribelli e in particolare il governo francese, che proprio ieri è stato accusato dalla figlia di Ingrid Betancourt, Melanie Delloye, di non fare molto per liberarla.
Proprio in occasione della fuga di Fernando Araujo, Uribe annunciò trionfante che il 2007 sarebbe stato l'anno ‟cruciale” per il riscatto militare dei sequestrati colombiani. Che la tendenza all'uso della forza (quasi sempre sconsiderato e funesto) sia la preferita a Bogotà lo dimostra anche la presunta liberazione, avvenuta una quindicina di giorni fa nella selva della regione pacifica del Chocò, di un tal capitano Leonardo Nur che nessuno - dalla famiglia alla stessa brigata alla quale apparteneva - sapeva essere stato sequestrato. Una storia talmente assurda che, con ogni probabilità, non è che l'ennesima pagliacciata (ad uso e consumo del presidente) realizzata da un esercito che, secondo un commento pubblicato dall'ultimo numero della rivista Semana assomiglia sempre di più ‟a un circo, non di quelli ben montati ma di quelli da quattro soldi che non divertono nessuno”.
Del neo-ministro Arajuo si dice anche altro sui giornali colombiani. Si ricordano le sofferenze patite durante i sei anni trascorsi nella selva, il dramma personale sfociato nel divorzio ottenuto dalla giovane moglie (che lo lasciò mentre era in ostaggio), ma anche i suoi guai con la giustizia. Una decina d'anni fa, alla testa di una società immobiliare con altri soci membri delle famiglie oligarchiche, Fernando Araujo riuscì ad impossessarsi di un immenso terreno chiamato Chambacù che, nella città caraibica di Cartagena, separa la vecchia città coloniale dal forte di San Felipe e che era fino ad allora abitato da centinaia di famiglie afro-americane. Ebbene, il passaggio di proprietà avvenne attraverso una serie di truffe e grazie alla compiacenza di vari amministratori corrotti. Se non l'avessero sequestrato le Farc, se non si fosse nel paese dell'impunità al 99%, se non avesse tanti amici altolocati, probabilmente Fernando Araujo sarebbe finito in galera. E magari per più di sei anni.
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

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