Tre anni fa il romanzo Esra dello scrittore tedesco Maxim Biller fu ritirato dal commercio. Il Tribunale di Monaco accolse l’istanza dell’ex compagna e dell’ex suocera dell’autore che si erano riconosciute in alcune pagine del libro. Il caso ultimamente ha occupato per settimane le pagine dei giornali tedeschi con dibattiti pro e contro la censura in vista di un riesame del processo che però è stato rinviato a settembre. L’ex compagna, personaggio pubblico in quanto esponente dei verdi tedeschi ma di origine turca, è ritratta in situazioni intime che definire imbarazzanti sarebbe un eufemismo. Non solo: nel libro rivolge al narratore una frase rivelatrice che Biller deve aver buttato là con un sorriso beffardo tra le labbra: ‟Non mi piacerebbe ritrovarmi un giorno in uno dei tuoi romanzi in cui racconti come ti mostro il mio seno”. Madre e figlia hanno chiesto un risarcimento, per danni morali, di centomila euro, contro cui un folto numero di scrittori, attori, editori, artisti (tra cui i Nobel Grass e Jelinek) ha lanciato un pubblico e sdegnato appello. Il noto scrittore Daniel Kehlmann ne illustra così le ragioni: ‟Tutti i poeti si ispirano alla loro vita e certi capolavori non sarebbero mai apparsi se sottoposti agli stessi criteri adottati per Biller”. E cita I dolori del giovane Werter, La recherche, I Buddenbrook: ‟Non può essere un tribunale a giudicare il valore di un’opera letteraria e a decidere di proibire a Biller ciò che è stato concesso a Proust e a Thomas Mann”. La questione apre, in effetti, numerose e profonde domande sul senso della letteratura e sui suoi confini morali. Se Pirandello non avesse vissuto in prima persona la follia della moglie Antonietta Portulano, forse non avrebbe scritto L’esclusa. Se Lalla Romano avesse rinunciato alla ‟rischiosa avventura” di indagare sui difficili rapporti con un figlio, non avremmo uno dei suoi romanzi più belli, Le parole tra noi leggère. Uscito quel romanzo, Pietro, il figlio di Lalla, non ha voluto più saperne di sua madre: lo ricorda Paolo Di Paolo nel bel libro Come un’isola, dove c’è molta Lalla. La quale pensava che un libro, alla fine, sia un figlio come un figlio vero. Cinismo? È opportunismo quello di Carlo Emilio Gadda, che ne La cognizione del dolore mette in piazza le aggrovigliate relazioni tra Gonzalo e sua madre pensando a se stesso e alla propria genitrice? I rischi di un autobiografismo troppo scoperto non hanno mai finito di angosciare l’Ingegnere che per occultare i suoi luoghi trasferì tutto dalla Brianza in un Sud America immaginario (ma in realtà Lukones per Longone non era difficile da smascherare ). E quando Contini scrisse, per l’introduzione alla Cognizione, dell’‟oltraggio recato alla figura del padre”, culminante ‟nel rito del ritratto paterno calpestato”, Gadda si precipitò a chiedere al critico amico di attenuare il concetto per ‟ragioni familiari”, preoccupandosi delle possibili conseguenze di una tale sottolineatura sulla ‟sventurata” sorella, ‟viva, vecchia, sofferente come me”. Ma il più delle volte i problemi emergono a posteriori. E non per ragioni autobiografiche. Come quando W.G. Sebald, nel quarto racconto di Emigrati, dovette cambiare il nome del pittore Max Aurach in Max Ferber per mascherare meglio il riferimento a un pittore esistente in carne e ossa, Frank Auerbach. Usurpare le vite altrui è il mestiere dello scrittore, non c’è dubbio. Ma ciò non può giustificare proprio tutto. Deve esserne cosciente anche Michele Mari, che sta per pubblicare le sue Poesie a Ladyhawke: Ladyhawke è un simbolo, come Laura, Beatrice, Clizia, ma con l’esplicito riferimento a una donna amata fin dai tempi del liceo. Un amore passionale, possessivo, clandestino: ‟Ero fatto per esserti fedele / ma tu mi sei passata davanti / come un treno che non si ferma / così lo scambio mi ha deviato sul binario / dei traditori e dei puttanieri”. Chissà se Ladyhawke sarà contenta.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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