La guerriglia armata smentisce con le stragi e il terrorismo l’ottimismo e le promesse di sicurezza espressi da Nouri Al Maliki. È la prova del nove per il premier iracheno. E con lui sono messe pesantemente in dubbio le speranze sollevate con l’inizio dell’invio in queste settimane di 21.500 soldati americani di rinforzo ai circa 134.000 già presenti nel Paese. Ieri mattina l’ennesima, tragica beffa. Maliki si reca in visita al centro di coordinamento tra forze di sicurezza irachene e comandi Usa. Appare soddisfatto. ‟Stiamo vincendo. Nei dieci giorni dall’inizio delle nostre operazioni congiunte per imporre la sicurezza nella capitale abbiamo catturato 426 guerriglieri e un numero simile è stato ucciso”, dice ai giornalisti. I portavoce del ministero dell’Interno aggiungono che ultimamente è diminuito il numero dei cadaveri che ogni mattina veniva raccolto per le strade dagli agenti. Ma dopo meno di tre ore i media locali riprendono le cronache di sempre. Un posto di blocco della polizia viene attaccato direttamente dagli insorti sulla strada per l’aeroporto internazionale, a meno di quattro chilometri dalle roccaforti armate americane. Muoiono otto agenti e la città si sente più che mai assediata. La via per l’aeroporto è dai primi mesi del 2004 uno dei termometri del tasso di violenza. Ora torna a segnare allarme rosso. Poco dopo l’attentato più grave. Un’autobotte-bomba carica di benzina esplode presso la moschea di Habaniye, una cittadina nella provincia sunnita di Al-Anbar. Qui tra l’altro dovrebbero venire inviati nei prossimi giorni circa 4.500 soldati Usa di rinforzo. È strage: i morti sono almeno 42, i feriti una sessantina, alcuni gravissimi. I motivi per un attacco di questo tipo nelle zone sunnite? In genere le auto-bomba vengono usate contro gli sciiti. Una delle prime spiegazioni avanzate dai giornalisti sul posto è che l’imam di Habaniye si era scagliato senza mezze parole contro il terrorismo di Al Qaeda. Non sarebbe la prima volta che un responsabile religioso sunnita prende le distanze dall’estremismo sanguinario dei gruppuscoli più radicali mirato a fomentare la guerra civile con gli sciiti. E per questo sarebbe stato punito, a costo di sacrificare decine di passanti. In serata numerose esplosioni hanno scosso la capitale. Almeno una ventina nelle periferie sud, e altre a nord, seguite da intense sparatorie. Il portavoce del comando del piano di sicurezza per la capitale ha riferito di ‟bombardamenti aerei Usa nel sud-est di Bagdad contro covi di terroristi”. Un’ondata di violenze in parte prevista dai militari americani. I loro portavoce qui a Bagdad si aspettavano che vi sarebbe stato un primo periodo di relativa calma. Ma solo temporaneo. ‟I terroristi ci stanno studiando. Poi torneranno all’attacco con nuove strategie”, ripetono da due settimane. Una conseguenza della rete di nuovi posti di blocco nel centro della capitale potrebbe essere il concentrarsi degli attentati nelle periferie. E con tutto questo cresce inevitabile il nervosismo tra i soldati. Proprio al nervosismo e al senso di allarme diffusi tra le truppe, l’ambasciatore Usa a Bagdad, Zalmay Khalilzad, ha ieri imputato la responsabilità per quello che ha definito scusandosi ‟l’errore” dell’arresto per 12 ore venerdì di Amar Al Hakim, il 35enne primogenito di Abdul Aziz Al Hakim, leader del Consiglio Supremo per la Repubblica Islamica dell’Iraq (Sciri), uno dei più importanti partiti sciiti al governo. Il suo convoglio era appena giunto dall’Iran, quando è stato fermato da una pattuglia americana. Il fatto ha scatenato ampie proteste nella città santa di Najaf e le critiche tra gli altri del presidente curdo, Jalal Talabani, che ha deplorato ‟l’atteggiamento incivile e inappropriato” dei soldati americani.
(Ha collaborato Walid Al Iraqi)
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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