Sull’onda del gran rifiuto del senatore Turigliatto, torna a echeggiare sui giornali la parola trotzkista, che tanta parte ebbe nella mia lontana gioventù quando ci si prendeva a parolacce e a bastonate nel nome di questo o quel protagonista della rivoluzione d’ottobre (fu un gioco di ruolo ante-litteram, perché non erano ancora di moda). Allora come oggi non saprei dire se i trotzkisti, tra le squadre in campo, fossero i più o i meno meritevoli. Ma il suono stesso di quel termine, con tutto il rispetto per la storia illustre del bolscevismo, mi fa un effetto dissonante, come se scoprissi che la destra italiana è divisa tra cavourristi e bismarkiani. Questo mi ricaccia in un dubbio per me insolubile (rinfocolato dall’intervento di Adriano Sofri ieri, sulla sinistra "tirata indietro" dalle proprie radici), e cioè se il culto della memoria storica sia sempre benefico. Lo è certamente quando il rischio è la rimozione, vedi la Shoah, lo schiavismo, i gulag, la Resistenza. Ma sempre più spesso l’asserragliarsi dentro identità remote, ancorché illustri, mi pare un impaurito rifiuto del caos che ci avvolge. Le identità troppo forti (e voglio attribuire al senatore Turigliatto il merito di possederne una) non corrisponderanno per caso a una troppo debole sopportazione dei nostri tempi, che sono maledetti ma sono appunto i nostri?

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