È come se i peggiori presagi si fossero improvvisamente materializzati sul territorio afghano e proprio nel momento in cui il parlamento italiano sta discutendo del rifinanziamento della missione militare. La campagna di primavera della Nato, l'operazione Achille, non ha rispettato il calendario come forse si aspettavano i taleban della provincia di Helmand, nel sud del paese. La maggiore produttrice di papaveri da oppio. E, forse proprio nei campi di papaveri, è stato rapito, insieme ai suoi due collaboratori afghani, Daniele Mastrogiacomo, un collega e amico. L'accusa, ormai consueta, è quella dello spionaggio. E un brivido ci percorre la schiena, pur sapendo che si tratta di una semplice accusa, un pretesto per tenere qualcuno in ostaggio. Sappiamo che la vita per chi è abituato a sacrificarla ogni giorno conta molto meno, ma per fortuna sa che per gli occidentali può valere molto di più. Per noi è un bene che non si può sacrificare sull'altare della ragion di stato: vale per qualunque ostaggio e speriamo che sia così per tutti. Chi fa informazione onestamente dovrebbe essere rispettato sia dagli afghani che dagli occidentali. Che forse più degli altri temono una informazione indipendente. Non vogliamo eroi e speriamo non ce ne siano più, né in Afghanistan né in Iraq.
Ma la situazione che si è venuta a creare in Afghanistan non può essere ignorata da chi sta discutendo della nostra presenza in quel paese. L'operazione Achille rischia di coinvolgere anche le zone non direttamente interessate dalla presenza dei taleban e quindi anche Herat (dove sono schierati gli italiani), zona di frontiera e terra di passaggio per i trafficanti di droga. Quindi non basterà non inviare truppe al sud per escludere di essere coinvolti in combattimenti. Urge una iniziativa politica che metta fine alle operazioni militari che colpendo soprattutto civili stanno innescando una reazione popolare che sta incendiando tutto il sud dell'Afghanistan. E non solo. Se l'Italia vuole essere promotrice di una iniziativa politica innanzitutto deve fermare l'offensiva militare, deve chiedere immediatamente una tregua, solo così una conferenza potrà avere qualche possibilità di successo. Indubbiamente si tratta di una prova di forza con gli americani che non hanno nessuna intenzione di cedere il passo alla politica, ma si tratta di una verifica importante per capire se ci sono le condizioni per un contributo alla pacificazione dell'Afghanistan o meno. Perché se la linea americana della guerra al terrorismo non si preoccupa di sacrificare vite umane, questa non può essere condivisa da un governo che sostiene di avere truppe in Afghanistan per garantire la sicurezza degli afghani (questo era il mandato dell'Isaf prima che la Nato assumesse anche il compito di Enduring freedom). L'Italia deve opporsi decisamente all'irachizzazione dell'Afghanistan, prima che sia troppo tardi.

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