C’era una volta il pessimismo dell’intelligenza. E, a quanto pare, c’è ancora. Il mensile ‟Prospect”, bibbia dell’intellighenzia britannica, ha chiesto a cento illustri pensatori di riflettere sul seguente tema: ‟Destra contro Sinistra è il conflitto che ha definito il ventesimo secolo. Cosa ci aspetta ora, nel ventunesimo?” Il tono complessivo delle risposte, scrive il direttore David Goodhart nell’editoriale che apre il numero di marzo, è ‟quasi assurdamente pessimistico”. Ben pochi degli interpellati si attendono che la situazione mondiale migliori negli anni a venire, e molti ritengono piuttosto che le cose andranno assai peggio. Considerato che svariati indicatori della salute planetaria (ricchezza, sviluppo, libertà, pace) puntano nella direzione giusta, osserva l’influente rivista londinese, questo atteggiamento della "thinking class", la classe degli intellettuali, richiederebbe una spiegazione. Tanto pessimismo è forse determinato dal senso di disillusione, ovviamente più sentito nel Regno Unito che altrove, per il tramonto di Tony Blair, avvelenato da polemiche e scandali? Oppure il pessimismo è causato dalla guerra in Iraq, dalla sensazione che non ha senso continuare a combatterla ma che un ritiro non risolverebbe nulla? Oppure è causato dalle minacce del cambiamento climatico? E ancora: è per caso, questo pessimismo, un sentimento soltanto britannico? O un sintomo del declino europeo? O del declino occidentale? In effetti sembra improbabile, ragiona Goodhart, che previsioni così nefaste si ascolterebbero oggi in Cina o in India. E certamente, soggiunge, risposte simili non si sarebbero sentite tra gli intellettuali della Gran Bretagna di cent’anni or sono: nel 1907 il pensiero dominante era casomai la speranza. Sebbene, guardando alle tragedie e ai milioni di morti che hanno fatto seguito a quella speranza, conclude con un’iniezione d’ottimismo il direttore, ‟forse dovremmo prendere il pessimismo dei pensatori odierni come la prova che il mondo sta per imbarcarsi in un’epoca di pace e prosperità senza precedenti”. Ma giusta o sbagliata la profezia di sventure, l’indagine del mensile britannico (che Repubblica estende a intellettuali italiani) serve a passare in rassegna le idee, i problemi, le ansie di questo nuovo secolo in fondo appena cominciato. Con formule classiche o volutamente provocatorie, le "teste d’uovo" consultate da Prospect toccano infatti tutti i temi del momento. Quale conflitto sociale, dopo quello Destra-Sinistra, definirà il nostro tempo? ‟Interventisti contro laisse-fairisti, globalisti contro nazionalisti, vita reale contro vita virtuale”, risponde poeticamente il cantante Brian Eno. ‟Democrazia contro autocrazia”, riassume il politologo Mark Leonard. ‟Democrazia contro tecnocrazia”, obietta l’economista Diane Coyle. ‟Religione contro secolarismo”, scommette lo scienziato Nicholas Humphrey. ‟Zeloti contro realisti”, gli fa eco il sociologo Todd Gitlin. ‟Mondo chiuso contro mondo aperto”, sostiene il giornalista David Brooks. ‟Stato nazione contro stato mercato”, afferma il politologo Philip Bobbitt. ‟Patria contro Plutopia”, sentenzia un altro politologo, Michael Lind, e qui bisogna precisare. La "patria" sarà suburbana, decentralizzata, nazionalista, cruogiolo di razze, democratica, composta di classe lavoratrice e classe media. "Plutopia" sarà urbana, decentralizzata, cosmopolita, multiculturale, non egualitaria, plutocratica. Tradotto in parole semplici: la globalizzazione farà di luoghi come New York e Londra delle "città-stato", irraggiungibili città verticali che vivono al di sopra del resto del pianeta, secondo proprie leggi. C’è anche chi è convinto che, dopo aver definito il ventesimo secolo, il conflitto Destra-Sinistra continuerà a definire il ventunesimo, ‟era in cui il gap ricchi-poveri è in continuo aumento”, predice lo storico Eric Hobsbawm. Senza condividere il pessimismo dei più, né smentirlo, si potrebbe adottare quale epilogo la lapidaria risposta del canadese Michael Ignatieff: ‟Tutto quello che ci accadrà in questo secolo sarà imprevedibile. Ma non c’è motivo di scoraggiarsi. La politica è l’arte di amministrare l’imprevedibile. Così come la vita è l’arte di arrangiarsi”. Da italiani, non possiamo che dirci d’accordo.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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