Torino ‟San Ciafrè, giutàne!”, San Chiaffredo aiutaci. Era l’inverno del '43, e i fratelli Rey di Crissolo sotto il Monviso, alpini in terra di Russia, individuati da un panzer sovietico, così urlarono prima di buttarsi nella neve. Un’ultima invocazione al santo della loro valle perduta. Chiaffredo, non Cristo e il Padreterno, che venivano dopo. Partì la cannonata, tornò il silenzio, e la tormenta inghiottì ogni cosa. I compagni diedero i fratelli per morti e un funebre telegramma arrivò alla famiglia dal comando d’armata. Ma mesi dopo i Rey tornarono a casa, redivivi e miracolati. E fecero quello che dovevano fare. Misero un quadretto per grazia ricevuta - il carro armato nella bufera con due alpini in fuga - accanto alla tomba del santo valligiano. Lì, tra i ceri e la scritta ‟Hic jacet Divus Joffredus”. L’Italia è tutta una terra di ex voto. Non c’è solo Napoli, il Grande Sud, i santuari appenninici dedicati a madonne che furono pagane dee madri. Non ci sono solo i porti, le chiese di Amalfi, Ancona o Bari con le tempere dei fortunali, i brigantini in cornice dalle vele strappate. No, il mondo delle cripte popolate di lumini e cuori d’argento comincia nel Grande Nord, abita già nel cuore delle Alpi. Comincia col profumo di pino cembro, sotto il cristallino monolito del Monviso, in un santuario dove migliaia di pellegrini arrivano da Francia e Italia a chiedere grazia a Chiaffredo, Gottfried, germano martirizzato nella valle del Rodano nel 286, assieme alla leggendaria Legione Tebea, annientata su ordine imperiale - narra la leggenda - per essersi rifiutata di sacrificare agli dei pagani. Il parroco, don Luigi Destre, classe '35, è un tipo carico di energia. Sul Viso c’è salito centoventi volte, in cima ha celebrato cinquantatré messe e due matrimoni. Mostra i quadretti scolpiti o dipinti su legno d’abete, pergamena o tela, ex voto poveri, su latta e persino carta. Cadute da cavallo, valanghe, angeli che planano dalla finestra sul capo di un malato a letto, rosari benedetti che proteggono dalle schegge di cannone. Il prete è innamorato del suo luogo, sa a memoria date, eventi. Il ritrovamento delle ossa del santo, il 18 novembre del 541, quando l’aratro le toccò e le mucche fecero un salto in aria di ottanta metri senza farsi un graffio. Il re longobardo Ariperto II che eresse la chiesa, restaurando rovine precedenti. Era tredici secoli fa, ma il prete ne parla come se fosse ieri. Il tempo, nel mondo del sacro, spesso si comprime. Scendi su Saluzzo, e un’altra navata dedicata al tedesco martire risplende di cuori, braccia, mani, ossa d’argento. è la cattedrale di Saluzzo, la città che per secoli fu la porta della Padania verso la Francia. Tre giorni in meno ci si metteva fino a Grenoble a prendere quella strada, grazie al ‟buco di Viso”, primo traforo alpino, realizzato nell’anno 1480. Il santo sorvegliava la strada, sovrintendeva al passaggio di bestiame dal Rodano e carri di riso dal Vercellese, elargiva miracoli terapeutici a indemoniati e malati di nervi. I pezzi migliori degli ex voto si mettono tuttora persino nell’ostensorio. E la gente ti dice che la stessa cosa avviene oltreoceano, in Argentina e Brasile, nelle chiese che gli emigranti piemontesi hanno dedicato al santo terapeuta delle Alpi. Non può esserci viaggio o trasmigrazione senza santuari. E non c’è santuario senza i segni di grazia ricevuta. Segui il Po, e il trionfo degli ex voto trova la sua massima rappresentazione a Torino, nella chiesa settecentesca della Consolata, labirintica e catacombale, spagnolesca e fiammeggiante di ori. Un attorcigliarsi di scale, colonne, cripte, altari, cunicoli e sottopassaggi; un illusionismo scenografico che ti disorienta, sembra voglia distrarti dall’unica cosa che conta, il Sancta Sanctorum, che qui fatichi a trovare in mezzo a ombre tristi di penitenti, tremolar di candele, echeggiar di litanie, scintillar di reliquie sotto vetro. A fronte di questo sfarzo, di questa potenza, sulle pareti coperte d’immagini, la rappresentazione senz’ordine cronologico di un’umanità oppressa, subalterna e impaurita, già schiacciata dalla rivoluzione industriale, la stessa che ha fornito carne da cannone alle battaglie di Custoza e San Martino, al Piave e all’Ortigara. Facce attonite, incredule, di fronte al salvamento procurato da un angelo o da una madonna, folgorate dallo stupore di vivere: come se a quei tempi la pestilenza, l’incidente, la guerra e lo sfruttamento fossero non l’eccezione ma la normalità. è l’altro volto di Redipuglia e Spoon River: anziché un’adunata di morti, un coro di sopravvissuti. Ecco Sormani Aureliano, che il 22 giugno del 1946 si lascia cadere il figlio dall’ottovolante del luna park. Ecco le piccole Sperta Luigia e Mussinato Maddalena, travolte da una mucca uscita al galoppo dalla stalla il 4 luglio 1936. E poi Ramasso Franco, investito da una moto che fugge il 25 agosto 1956. O il Fante Bino G., catturato dagli austriaci nella Grande Guerra, che il 23 novembre 1916 esce vivo dalla battaglia nella conca di Tolmino, poi finisce nelle miniere di Zimmerwald e nelle prigioni di Mathausen, ma alla fine rientra a casa. Si viaggia in ordine sparso a cavallo di due secoli. C’è Benedetto Attilio, 20 agosto 1945, che sulle colline di Torino sfugge all’agguato di due uomini armati di pistola, forse un regolamento di conti della guerra appena conclusa. Ci sono le operaie del cotonificio Valdocco in fiamme, 30 settembre 1890, che scappano da un ballatoio in preda al panico ma non si fanno nulla. C’è l’incendio nella polveriera di Borgo Dora, nell’aprile del 1852, che un contadino di Voghera, Paolo Sacchi, riesce eroicamente a domare. E poi, fino a metà Novecento, un’infinità di bambini smunti e febbricitanti, letti di ferro in mezzo a stanze nude, genitori impietriti. Non è ancora l’Italia gaudente del miracolo economico, Torino non ha ancora prodotto le prime utilitarie di massa. Quelle vite in una cartolina, quegli attimi da acquerello di Walter Molino sulla Domenica del Corriere parlano ancora di malinconia. Davanti agli occhi ti scorre l’infinito inventario di pericoli nati con la modernità. Crolli, bombardamenti, naufragi, incendi di filande, tram, automobili, persino biciclette. Campi di concentramento, ponteggi instabili, locomotive, balconi. Tavoli chirurgici, ingranaggi, pentole, esplosivi. Sotto l’urto del progresso tramontano i cavalli che s’impennano, la mucca che incorna, i serpenti velenosi e gli scorpioni. Ma i valori simbolici restano gli stessi. Fino a metà del Novecento, osserva Elio Roggero, si ammette che ‟l’esistenza di forze invisibili che determinano gli incidenti può essere contrastata e vinta solamente grazie ad altre forze soprannaturali”. La matrice contadina è presente anche in situazioni che vedono colpiti muratori e marinai, automobilisti e ferrovieri, soldati e operai. L’età della macchina spaventa come quella delle pestilenze, forse ancora di più. ‟La figura dell’uomo diviene sempre più piccola o sparisce del tutto, impotente di fronte alla macchina o di fronte ad altre forze oscure”. Il rettore del santuario, don Marino Basso, evoca catastrofi attorno al luogo. Barbari, saraceni, peste, colera, e - sullo stesso piano - Napoleone, noto mangiapreti che a sentire i parroci d’Italia si portò dietro la pestilenza peggiore, il laicismo. Racconta di come il luogo fu prima monastero (ne resta solo la torre di guardia) e poi chiesa, di come passò dai benedettini ai cistercensi, agli Oblati di Maria e infine alla diocesi. Ma per il popolo, spiega, era il santuario che importava, non i suoi inquilini: ‟La Consolata resta, ancora oggi, il cuore religioso della città”. Chiunque, qui, poteva guarire, leggi in un vecchio documento in latino: ‟cephalicus, stomachosus, calculosus, attonitus, porriginosus, lethargicus, claudus, hepaticus, febriculosus, cattagiosus atque aliis id genus”. E tutti portavano in dono la loro offerta e il loro quadretto devozionale. Facile dire ‟ex voto”. Non è semplicemente dono, offerta. è anche ringraziamento reso pubblico. Se poi il ringraziamento assume forma anatomica - un braccio, un piede, una mandibola o un cuore - la cosa si complica ancora. ‟In quel caso è come offrire un pezzo di sé a scopo taumaturgico” osserva l’antropologo napoletano Marino Niola. ‟Si ripete un’operazione antichissima, un dono che nei templi greci si faceva a Demetra, Apollo, Artemide o i Dioscuri. Si torna al riconoscimento della potenza generatrice della madre terra, ed ecco il sacro che riemerge come abisso. In Abruzzo si portavano in chiesa uteri di pietra e falli enormi di cera. Oggi è tutto sparito. La Chiesa ha paura del corpo. Ma se Dio non usa il corpo del devoto, cioè della sua creatura, che Dio è?”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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