Anche quest’anno il regime degli ayatollah ha impedito alle donne iraniane di celebrare l’8 marzo. La piazza Baharestan, davanti al parlamento, dove si erano date appuntamento decine di donne, era presidiata fin dalla mattina presto da agenti della sicurezza in borghese, poliziotti in tenuta antisommossa e basiji in motocicletta. Non appena alcune decine di ragazze, e alcuni giovani, sono arrivate sulla piazza, la polizia è intervenuta con manganelli e spintoni e le ha fatte arretrare. Molte sono state fermate, otto - e due uomini - caricate da un furgone della polizia e portate via. C’era voluto coraggio alle donne che erano venute a manifestare, dopo gli arresti fatti dalla polizia domenica scorsa durante una manifestazione di protesta contro la convocazione in tribunale di cinque attiviste per i diritti delle donne. Le cinque sono accusate di mettere in pericolo la sicurezza del Paese e di attentare alla morale islamica perché avevano iniziato, nel giugno 2006, una campagna per la parità dei diritti. La campagna, ormai in corso da alcuni mesi, sta avendo un grande successo. L’obbiettivo è raccogliere un milione di firme per chiedere l’abolizione delle leggi più discriminatorie: il diritto al divorzio, quello alla custodia dei figli (che viene negata anche nei casi estremi in cui il marito è colpevole di abusi nei confronti dei minori), l’abolizione della poligamia, l’uguaglianza dell’età in cui si è punibili di fronte alla legge (che oggi è 15 anni per un maschio e 9 per una femmina). Non è stato facile mettere insieme organizzazioni femminili molto diverse, i cui concetti di emancipazione differiscono considerevolmente - ma alla fine le donne iraniane ce l’hanno fatta. La lotta accomuna ricche e povere, universitarie e casalinghe, donne che vestono il chador e ragazze con le magliette attillate e la giacca corta. Da mesi per tutto il Paese centinaia di donne sono in giro, vanno di casa in casa, parlano con la gente per strada, negli autobus, nei taxi collettivi, vanno nelle redazioni dei giornali locali, nelle moschee, alle feste di nozze o ai funerali, insomma in tutti quei luoghi dove possono cogliere l’occasione di parlare con altre donne. Il regime è nervoso, reagisce con durezza, ma non sa bene come fermare quest’ondata: come impedire a una donna di parlare con altre per la strada o di far loro visita nelle case? Così aveva colto l’occasione durante la manifestazione di domenica per arrestare 33 attiviste, che però avevano messo in imbarazzo le autorità cominciando subito uno sciopero della fame. Trenta sono state nel frattempo rilasciate ma le iniziatrici della raccolta di firme e il loro avvocato sono tuttora in carcere - nel famigerato settore 209 di Evin che è sotto la giurisdizione dei servizi segreti. Sono le due giornaliste Jila Baniyaqub e Mahbubeh Abbas Golizadeh e l’avvocatessa Shadu Sadr.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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