Mia nipote si sente grande. Quando andiamo a Villa Torlonia, non vuole darmi la mano, si lamenta che le faccio caldo alle dita. Al massimo me la dà in ascensore, perché la cabina ha i vetri, si vedono le scale e a ogni piano dobbiamo alzare le mani intrecciate e abbassarle di scatto contando alla rovescia: cinque! quattro! tre! due! uno! zero! Dopo si libera a tradimento, io grido Livia, aspetta il nonno, ma lei è fuori in un lampo, sul marciapiede. Ho il cuore in gola, si fermerà, non si fermerà? Si ferma, in una posa buffa di esagerata immobilità, per farmi capire che sa, non si scende dal marciapiede senza nonno, passano le macchine. Oggi è una bella giornata. Livia mi cammina a lato con le mani nelle tasche del suo cappottino azzurro. La pioggia ha lasciato grandi pozze d' acqua e lei non guarda il cielo in alto, ma quello dentro le pozze. Si ferma sull' orlo del marciapiede, all' imbocco di via Siracusa, e spia di sotto sporgendosi. Vuole vedere se il suo cappottino è come il cielo, vuole vedere se i codini che le ha fatto la madre le stanno bene. Mi indica una nuvola bianca nell' acqua, chiede se la può toccare e in un attimo si è già accovacciata e ha messo una mano nell' acqua sporca, poi se l' è asciugata sul cappotto. Ha naturalmente un progetto più audace: saltare nella pozza, sfondare il colore del cielo coi piedi. Io lo so e dico: "No". "Un salto solo". "Non ci provare". "Allora mi compri il pallone?". Le prendo la mano d' autorità e andiamo dall' uomo dei palloni. Gliene compro uno verde a forma di cavallo, glielo lego al polso perché, le dico, se le vola via non gliene compro un altro. "E se piango?". "Pazienza. Il nonno è un po' sordo, non ti sente". Il recinto dei giochi di Villa Torlonia è rassicurante. Ha panchine, uno steccato, i bambini li sorvegli bene. Le lascio la mano e vado a sedere. Ai giochi non c' è la solita ressa. Tengo d' occhio Livia che, col suo cappottino azzurro, come inseguita dal cavallino verde, corre subito allo scivolo. Mi piacciono tutti questi colori di fine febbraio. E' proprio una bella giornata, sento gli occhi vivi nelle orbite e sono contento di guardare. Livia sale in cima a uno scivolo rosso, si butta, atterra, risale, sempre tallonata dal suo palloncino. Percepisco tardi l' umido che mi sale al culo, tocco le stecche della panchina, sono fradice di pioggia. Balzo su, corro allo scivolo. La luce rende tutto raggiante e io ho dimenticato la pioggia notturna.. E' troppo tardi. Vista di fronte, Livia ha ancora un cappottino azzurro, ma con la schiena ha cancellato la patina di terriccio bagnato sullo scivolo, il cappotto le è diventato grigiotortora con striature nere. Batto la mano sulla stoffa, voglio recuperare il vecchio colore per evitare che mia figlia si arrabbi. La bambina mette il broncio. "Mi stai dando le botte". "Ma no, ti pulisco". "Voglio andare ancora sullo scivolo". "Non ci va nessun bambino, non vedi? Dammi la mano, andiamo". Punto alla Casina delle civette, è un posto che ama molto. Secondo lei è la casa della Bella Addormentata nel bosco. Il problema è arrivarci, alla Casina. Livia ha liberato di nuovo la mano, corre avanti, poi devia. Cerco di recuperare terreno e riacciuffarla, ma lei è proprio questo che vuole. "Prendimi, nonno". Lancia uno strillo di gioia, la inseguo ma inseguirla significa spingerla a correre di più, senza nessuna prudenza. Fila nel prato, corre dentro un verde bottiglia spaccato da una chiazza di margherite e il palloncino a forma di cavallo le vola dietro. Pochi passi di corsa e mi rendo conto che siamo finiti nell' erba bagnata, tra fiori zuppi. Grido: "Esci di là, ti bagni, guarda che ti riporto a casa". Stride come un uccello, ritorna sul sentiero a rotta di collo. Ma inciampa e finisce lunga distesa tra terra e ghiaia. Ora è immobile, muta. "Non è niente" dico sperando che non pianga. La sollevo, le guardo le ginocchia: il collant s' è lacerato. Si esamina anche lei. "C' è il sangue?". "Ma no". Passo la mano per toglierle il nericcio dalla pelle e le pietruzze che ci sono appiccicate. "Invece c' è". Infatti sanguina un po' . Il labbro inferiore le trema, scoppia a piangere. Attacco subito a raccontarle della Bella Addormentata e mi dà spontaneamente la mano. La Casina delle civette è rosa, verde, gialla, azzurra, ha un mucchio di colori. La Bella Addormentata non potrebbe pretendere un castello migliore. Metto nella favola quello che abbiamo intorno: gatti, porticati, palme nane, guglie falsomedioevali, pagode, aceri, obelischi, guerrieri che corrono per i sentieri facendo jogging, false rovine, una serra moresca zeppa di mori, cani che abbaiano a volte mordendo a volte no, il campo dei tornei coi principi che duellano per amore delle principesse, palme altissime delle Canarie, boschetti di bambù, chiocciole di pietra. Piano piano Livia torna a torcere la mano per liberarsi. La lascio. Raccontare mi ha un po' stordito. La luce è pulitissima. Siamo in un' area linda, appena restaurata. Il palazzo centrale è una chiazza bianca. Colonnati, portici, una grande vasca con spruzzi alti, al sole ci sono anziani e mamme con la carrozzina. Livia guarda gli spruzzi d' acqua. "Chi sputa" chiede. "Balene". "No, sono giganti". "Incatenati sott' acqua?. "Sì". "E' vero, li vedo". "Di che colore sono?". "Blu". "Che c' è sotto il colore, nonno?". "Non lo so, non sono andato mai a vedere sotto i colori". "Ci andiamo adesso?". Adesso no, non conosco favole di nonni e nipoti che scivolano sotto i colori e non ho voglia di inventarle. Preferisco credere al lindore della Villa. Una coppia di settantenni si tiene per mano, risplendono come se fossero di un metallo indistruttibile. Livia, celeste, corre intorno alla vasca, inseguita dal suo pallone verde. Gli spruzzi hanno riflessi color zaffiro. Lo so che basta una nuvola per scoprire che l' acqua è nerogiallastra, gli anziani sono pallidi e svuotati, Livia è sporca di terriccio e ha crosticine di terra e sangue alle ginocchia. Ma abbiamo occhi che godono soprattutto a nascondere il mondo, specie quando una festa elettromagnetica restaura l' intera città e larghe chiazze abbaglianti coprono la natura ruvida delle cose. In un giorno come questo tutto si tiene: l' azzurro, il nero, il verde, il rosso, il boato grigio della Nomentana, l' aria velenosa, i Torlonia, Benito Mussolini a cavallo che arriva al trotto per viale Renzo De Felice, conversa con i liberators che hanno preso il suo posto in Villa devastandola, pranza col sindaco di Roma dentro un palazzotto neoclassico fondato sopra un vasto cimitero ebraico, da cui germinerà, in un futuro prossimo venturo, la Casa della Shoah. I colori nel sole pieno sono una celata luccicante sulla faccia della terra. Ma quest' ultimo pensiero mi mette un po' d' ansia. Temo che Livia mi sfugga tra le tonalità. Vieni qua, dammi la mano, le dico. Macché. Arriviamo al Teatro, il luogo che amo di più. Non è ancora restaurato, ha intorno cartelli gialli su cui si legge PERICOLO. Mi basta quella parola per non vedere più la bambina. Livia era qui un minuto fa, rincorreva - lei e il cavallino volante - un gatto nero di cui siamo amici. Il gatto c' è, lei no. Mi guardo intorno, dico stai calmo. Il palloncino è verde, il cappottino è azzurro, oggi non c' è molta gente. Ma non la vedo. Verde è dappertutto, il palloncino non è un segnale. E il cappottino azzurro di Livia s' è sporcato, il suo colore è come quello dei tronchi. Vado giù per i gradini, corro nel prato, guardo a sinistra, a destra. Guardo e non vedo. Le favole sono incubi, forse la bambina ha trovato la crepa per scivolare sotto i colori. Comincio a gridare: Livia, e mi sento tirare per il cappotto, ma mi arrabbio, penso di essermi impigliato in qualcosa, mi divincolo, grido più forte. Ce l' ho alle spalle che mi strattona. "Sono qui, nonno". E' lì davvero, a un passo, non ha più il cavallo verde, le è scoppiato. "Dove sei andata?". "Qui". Ne dubito. "Non ti devi allontanare, capito, mi devi sempre dare la mano". Le slego lo spago bianco ormai inutile, la prendo in braccio. Le mostro, come un regalo, gli stemmi dei Torlonia sul basamento della colonna. Ce ne sono due identici, uno da un lato, uno dall' altro. A lei piacciono molto perché si vedono due stelle comete. Le stelle stanno dentro uno scudo, separate tra loro da una banda di fiori. Guardiamo prima lo scudo che è in ombra, poi l' altro che è in pieno sole. Qui la testa di una cometa è stata colorata col pennarello. "Chi è stato, nonno?". "Non lo so". "E' gialla?". "Pare di sì".
Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto l’insegnante e il redattore delle pagine culturali del ‟Manifesto”. Oltre a opere narrative, ha scritto molti libri sulla vita scolastica (da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti e Auguri, professore di Riccardo Milani). Con Feltrinelli ha pubblicato Ex cattedra (1985, 1989, poi ampliato in Ex cattedra e altre storie di scuola nel 2006), Il salto con le aste (1989), Segni d’oro (1990), Fuori registro (1991), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo), Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (1995), La retta via. Otto storie di obiettivi mancati (1996), Via Gemito (2000, premi Strega e Napoli 2001), Labilità (2005, premi Flaiano e Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007); con Einaudi, Spavento (2009), Autobiografia erotica di Aristide Gambia (2011) Lacci (2014), Scherzetto (2016), Le false resurrezioni (2018); ; con minimum fax, Fare scene. Una storia di cinema (2010). Ha inoltre introdotto, per i “Classici” Feltrinelli, Cuore (1993) di Edmondo De Amicis, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1994) di Ugo Foscolo e Lord Jim (2002) di Joseph Conrad.

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