Come ci ha raccontato ieri Francesco Merlo, il vecchio e glorioso Charlie Hebdo è stato assolto dall’accusa di avere offeso l’Islam. Ben più del (troppo) citato Canard Enchainé, Charlie è la vera palestra della satira francese, quella libertaria, anticlericale e allegramente sessuomane esplosa con il Maggio parigino. Il suo direttore Philip Val, pochi anni fa, ha già avuto l’onore di un agguato con pestaggio da parte di un gruppo di catto-fascisti, furiosi per alcune sue dichiarazioni contro l’omofobia della destra reazionaria francese (non esiste niente al mondo di più reazionario della destra reazionaria francese) Mi ha molto colpito, nella ineccepibile sentenza parigina e nel commento di Merlo, la sottolineatura di un concetto: deridere il fanatismo religioso non solo non significa offendere la fede o offendere dio, ma significa difendere l’idea di dio dall’idiozia degli uomini. La violenza oggettiva è quella di chi si arroga il diritto di incarnare, con i suoi dogmi e la sua sicumera, ciò che chiamiamo "religione". Dio non fa ridere, e tanto meno può far ridere chi non crede nella sua esistenza. I fanatici e i dogmatici sono, invece, il più ovvio e irrinunciabile bersaglio della satira. Chiedere a un satirico di non ridere di un fondamentalista (anche non islamico) è come chiedere ai polmoni di non respirare.

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