Si capiscono le ragioni di chi dice che non si deve trattare con Hamas, che non si deve trattare con i Taliban, che non si deve trattare con gruppi o tribù o etnie o partiti che professano la distruzione fisica dell’infedele o dell’impuro come via maestra. Ma la domanda che segue, implacabile, è: allora, con chi si deve trattare? Il paragone con le brigate rosse, rispuntato in questi giorni, è davvero tirato per i capelli: il terrorismo politico italiano (di sinistra e di destra) rappresentava solo se stesso, appena un manipolo di esaltati misconosciuti e isolati dalle loro stesse (piccole) aree di provenienza. Qui invece siamo di fronte, purtroppo, a un partito che ha vinto le elezioni (Hamas, ma anche il potere iraniano) oppure a eserciti in armi che controllano e di fatto governano intere regioni. È difficile se non impossibile ignorarli, e anche stare a disquisire se definirli in massa "terroristi" oppure "resistenti" non serve a molto, se non a eludere il nodo della questione. E il nodo è se il nemico sia un interlocutore (spesso odioso: ma non meno odiosi sono, agli occhi di questo nemico, gli eserciti occidentali occupanti) oppure solo un bersaglio da distruggere. La seconda opzione (solo un bersaglio da distruggere) è sinistramente simmetrica alla mentalità della controparte. L’idea della trattativa, almeno, è una variante nel monotono e orribile schema dell’annientamento reciproco.

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