Si apre la stagione dei premi e già circolano i nomi dei vincitori designati (più o meno previsti come quelli di Sanremo): Ammaniti vincerà davvero lo Strega, come dicono? Non c’è premio letterario che riesca a cambiare la vita di uno scrittore italiano, a parte il Nobel. Gli altri possono essere importanti, ma non tali da dare una svolta alle finanze o alla fama di un autore... Ci sono vincitori dello Strega, del Campiello o del Viareggio che rimangono illustri sconosciuti per il grande pubblico della letteratura, altri che sarebbero famosi anche senza quei riconoscimenti. Eppure non c’è scrittore che non ambisca, giustamente, a ottenere un premio: questione di prestigio, a volte di denaro, più spesso di autostima. Da giurato può capitarti di tutto: essere intervistato con toni entusiastici (‟che libro meraviglioso hai scritto”) da un giornalista-scrittore che prevede di candidarsi al Campiello, della cui giuria fai parte; ricevere una telefonata ‟amichevole” (quell’‟amico” non lo vedrai né lo sentirai mai più) da un finalista dello Strega che ti prega di votarlo chiamando in causa il precario stato di salute di sua madre (‟la mia vittoria le farebbe tanto bene ‟); ricevere l’accorato appello di un autore che chiama in causa le comuni origini siciliane (‟se non ci si aiuta fra noi ‟). La normalità è che a occuparsi delle grandi e piccole manovre siano gli uffici stampa e, a volte, gli editori in persona. Come giurato, per la richiesta di un voto (ma anche come giornalista per la richiesta di una recensione), è molto imbarazzante sentirsi chiamare dall’autore Meglio sarebbe lasciar fare alle case editrici, ma alcuni autori sono ansiosi e non resistono alla tentazione di sbrigare la faccenda personalmente. L’energia che si scatena con l’approssimarsi della stagione dei premi deve essere, in certi casi, irresistibile. E si può anche capire. Pensate a un candidato al Nobel nei giorni precedenti ogni primo giovedì di ottobre: sarà questo l’anno giusto per me? Qualcuno riesce a dominarsi, altri no. Ma lì, a Stoccolma, si gioca sulle grandi cifre. Accadono psicodrammi per premi nazionali di poco valore, immaginatevi per i maggiori. Si potrebbe fare la storia della letteratura italiana attraverso le attese, le rivalità, le rabbie che precedono o seguono i premi e che sono testimoniate nei vari carteggi tra letterati: se ne ricaverebbe un’idea (talvolta imprevedibile) delle personalità, delle relazioni e delle forze in campo. Persino il ‟corsaro” Pasolini dovette piegarsi a quella ‟forma di accattonaggio” (parole sue) che è la richiesta di un voto, quando nel ‘55 domandò a Silvana Ottieri di scrivere allo zio Bompiani e alla Cederna ‟due righe per proporre di votare per me al Premio Strega”. Aggiungendo a parziale attenuante di quell’azzardo: ‟Sto passando settimane drammatiche”. Anche Pier Paolo cercava di farsi forza delle proprie debolezze: un periodaccio per lo scandalo del romanzo, per la mancanza di un ‟posto a scuola”, infine per il timore che lo Strega ‟finisca con una figuraccia”. Non solo vittimismo. C’è chi ci mise tutto il suo furore. Come Gadda quando nel ‘52 intuì che Moravia, sostenuto dal ‟rumoroso codazzo degli strombazzatori di sinistra”, aveva giocato sporco, sempre per lo Strega, facendolo passare per un baciapile democristiano: ‟Il suo cervello - scrisse Gadda all’amico Contini - è quello di un autentico deficiente” alla cui origine ipotizzava malattie inenarrabili: una ‟spondilite”, una lue ‟arrivata all’ipofisi” o semplicemente ‟malafede anaria”. In compenso, nel ‘58, dopo aver ricevuto un Premio Marzotto e un Premio degli Editori, ammetteva che ‟l’officiatura laureante, remunerante ( ) ha terremotato le buone fondamenta della mia modestia” e ‟ha finito con lo scassarmi il sistema nervoso”. E se un riconoscimento ottenuto può ‟scassare un sistema nervoso”, figuratevi cosa può fare un premio mancato.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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