È mancata la stretta di mano: ma stavolta non c’era un Bill Clinton a sospingere i due nemici uno verso l’altro, come capitò a Yizthak Rabin e Yasser Arafat sul prato della Casa Bianca. Eppure l’incontro di ieri mattina tra il protestante Ian Paisley e il cattolico Gerry Adams, in una sala del parlamento di Belfast, è stato altrettanto storico: come il leader israeliano e quello palestinese, anche gli irriducibili avversari dell’Irlanda del Nord non erano mai apparsi insieme prima di quel momento. L’immagine di loro due seduti vicini valeva già da sola più di mille parole, ma sono venute anche queste: ‟Non dobbiamo permettere che la nostra giustificata ripugnanza per gli orrori e le tragedie del passato diventi un ostacolo a un futuro migliore”, ha detto il reverendo Paisley, dall’alto dei suoi ottant’anni di ricordi. ‟Qui e ora si apre una nuova era per il nostro popolo”, gli ha fatto eco il più giovane Adams, proiettato verso il domani. Così, quasi nove anni dopo gli accordi del Venerdì Santo 1998 che conclusero trent’anni di guerra civile, alla vigilia di un’altra Pasqua in Irlanda del Nord è finalmente cominciata la pace. La maggioranza protestante e la minoranza cattolica hanno accettato di formare insieme un governo a partire dal prossimo 8 maggio, sfruttando i poteri autonomi concessi da Londra alla provincia che il Regno Unito preferisce chiamare Ulster. In quanto leader del Dup, maggior partito protestante, Paisley sarà il primo ministro; mentre il numero due del partito cattolico Sinn Fein, Martin McGuinness, un ex-comandante dei guerriglieri dell’Ira, sarà il vicepremier. Cinquanta miliardi di euro di aiuti, promessi dalla Gran Bretagna, hanno facilitato e benedetto l’intesa. Ma a renderla possibile sono state due concessioni chiave da parte cattolica: il disarmo dell’Ira e l’impegno a riconoscere l’autorità della polizia, da sempre considerata alleata dei protestanti. ‟Un giorno molto importante, tutto quello che abbiamo fatto da dieci anni era in preparazione di questo momento”, commenta Tony Blair, trattenendo a stento la soddisfazione: se l’accordo reggerà almeno fino a giugno, quando lui darà le dimissioni, potrà andarsene da Downing street sulle ali di un successo politico che potrebbe alleviare le polemiche sulla guerra in Iraq e le ombre di corruzione. Festeggia pure l’Irlanda, con retorica anche maggiore: ‟Un evento senza precedenti, che potrà trasformare l’avvenire della nostra isola”, dice il primo ministro Bertie Ahern, co-promotore con Blair del lungo e laborioso negoziato di pace. È presto, naturalmente, per prevedere se l’isola verrà trasformata al punto da ricongiungere l’Irlanda del nord con il resto d’Irlanda. Ma nessuno avrebbe mai immaginato Ian Paisley, per il quale i cattolici equivalgono grosso modo al diavolo, seduto accanto al leader cattolico del braccio politico dell’Ira, e invece è successo. Alla fine anche ‟Mister No”, come è soprannominato l’incontentabile reverendo protestante, ha detto sì. Bisognerà ancora aspettare per vederlo stringere la mano a Gerry Adams. Ma la pace, come insegnava l’israeliano Rabin, si fa tra nemici.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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