Daniel Pennac, parigino di ceppo corso, è uno dei non molti scrittori europei che abbia saputo far convivere serenamente una vastissima popolarità con una seria impostazione letteraria. Non è un´alchimia facile, quella tra il "facile" e il "difficile". Spesso lo stile comprensibile, di pronta lettura, va a scapito della profondità intellettuale. E viceversa le ambizioni intellettuali sovraccaricano la scrittura, e allontanano i lettori.
In Pennac si avverte che il problema è affrontato, perfino a monte della scrittura, da una profonda propensione al comico. È lo sguardo comico che alleggerisce e de-retorizza, che aiuta il lettore (e lo scrittore) a non soccombere nel mare procelloso della solitudine, dell´egoismo, del classismo, dell´avidità e delle vanità "professionali" nel quale, pure, ambienta le sue storie. Pennac lo applica, il suo sguardo comico, fin dagli esordi, a un paesaggio umano (il nostro) spesso terrificante e violento. Il paradiso degli orchi e La fata carabina, suoi primi grandi successi, trattavano orrende storie di pedofilia e delitti politici con mano ferma e certo non esitante. Ma se il protagonista buono, Malaussène, non arretrava mai, era perché il suo status di eroe comico lo immunizzava dal male, come altri famosissimi omini intrepidi (Charlot, il Benigni della Vita è bella) protetti dall´aura quasi santa dell´ingenuità. Impavidi di fronte ai demoni.
La fortuna teatrale di Pennac dipende anche da questo efficacissimo, invidiabile mix tra tragico e comico: molto drammaturgico. Claudio Bisio, già protagonista del fortunatissimo Monsieur Malaussène, porta in scena in questi giorni, sempre per la regia di Giorgio Gallione, il monologo pennacchiano Grazie, una conferenza in pubblico molto sui generis, e per Bisio una prova d´attore parecchio impegnativa. Sarà al Teatro Strehler, a Milano, dal 12 ottobre. E Neri Marcoré (ancora con Gallione, meritorio trasportatore di letteratura in teatro) sta per debuttare proprio con la versione teatrale di questo ultimo romanzo breve, La lunga notte del dottor Galvan.
Argomento e ambientazione sono tipici di Pennac. Il pronto soccorso di un grande ospedale urbano, la condizione di fragilità e paura di chi sta male, la soggezione dei deboli rispetto ai forti, l´arrabattarsi sussiegoso ed esilarante di un gruppo di medici che vedono nel paziente soprattutto l´occasione di indovinare la diagnosi, aggiungere un mattoncino alla carriera e, sogno dei sogni, abbellire il biglietto da visita, vero protagonista del racconto. C´è un po´ dell´umore cinico e ribaldo alla MASH, un pizzico di Molière nella descrizione della prosopopea borghese dei personaggi, e c´è soprattutto molto Pennac: la morte e la sofferenza presi per il bavero, l´impaccio trafelato del giovane medico protagonista, munito di un biglietto da visita assai meno qualificato di quello dei colleghi più affermati.
Come tutto Pennac, il libro può essere letto dagli otto anni in su, tanto è scorrevole la scrittura, rapidi gli snodi, divertente la trama. Il colpo di scena finale non va detto, si intende. Diciamo solo che si tratta della rivincita del paziente sul medico, ma anche della ribellione del medico alla sua umiliante sconfitta. Perché Pennac, ripeto, è uno scrittore semplice ma mai semplicistico, non ama dividere buoni e cattivi con la riga netta del moralismo, concede spazio e argomenti a quasi tutti, perfino ai medicastri, che evidentemente gli sono simpatici perché, come tutti, fanno quello che possono. L´ingenuo non è uno stupido, sapete. Ha la testa fina. Chiedete a Malaussène.

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