I giornalisti non-embedded che si ostineranno a informare sui conflitti in corso senza ricorrere alle veline degli stati maggiori finiranno un giorno davanti alla corte marziale? La provocazione non è così azzardata: la militarizzazione dell'informazione avanza in modo irrefrenabile. La guerra in Iraq ha già di fatto istituzionalizzato i giornalisti embedded, con tanto di regole di ingaggio (leggi: censura). La maggior parte dei giornalisti che oggi vanno ancora in Iraq sono embedded e riducono la loro lettura della realtà a un'ottica militare. Chi rifiuta l'arruolamento rischia in proprio. Come se l'informazione indipendente non fosse più un valore da difendere per una società democratica ma semplicemente voglia di protagonismo di chi vuol finire in prima pagina. E purtroppo a volte in copertina ci finisce non per uno ‟scoop” ma per il suo sequestro. Finora il governo italiano - sia di destra che di sinistra - si è distinto per la sua linea negoziale, fortemente contrastata dagli Stati uniti, che ha portato alla liberazione di giornalisti (senza dimenticare la morte di Enzo Baldoni) e non solo. Anche se restano ancora da liberare Rahmatullah Hanefi (il mediatore di Emergency) e l'interprete di Daniele Mastrogiacomo, Adjmal Nashkbandi.
Il ritorno degli ostaggi è comunque in ogni caso caratterizzato da una sorta di cannibalismo, come se chi ne è uscito salvo dovesse espiare la colpa di non aver avuto la testa mozzata. Speriamo che la storia non si ripeta, anche perché lo scenario sarebbe completamente diverso. Ora l'Italia rinuncia alla propria autonomia di decisione quando è in gioco la vita di un suo cittadino e si affida alla Nato (secondo l'ordine del giorno votato martedì dal senato insieme al rifinanziamento delle missioni), vale a dire alla linea dura degli americani. Si salvi chi può. Anche i giornalisti entreranno a far parte delle regole d'ingaggio degli eserciti e costituiranno, in caso di sequestro, un capitolo del codice di guerra. Sotto questo ricatto chi oserà ancora sfidare la sorte per informare? Per evitare di avere la testa mozzata dai talebani o dai mujaheddin si accetterà di avere la lingua tagliata dal comando Nato. I giornalisti rischiano in proprio, abbiamo sentito ripetere in questi giorni, persino da direttori di giornali. Altri hanno affermato orgogliosamente (!) di non avere inviati (a che servono?). Sicuramente ciascuno di noi rischia in proprio quando si muove su un terreno minato, lo sappiamo bene. Ma, senza voler mitizzare il nostro lavoro, l'informazione indipendente non dovrebbe essere un diritto del cittadino, in uno stato democratico? E invece di garantire ai giornalisti la possibilità di svolgere il proprio lavoro anche in luoghi di conflitto e di avere testimoni sul terreno (anche del cosiddetto processo di democratizzazione in Iraq e in Afghanistan), il nostro governo affida la loro sorte alla Nato. Su quale base si formerà l'opinione pubblica? Sulla propaganda di guerra o di regime? Se solo fossero stati un po' più informati gli esponenti della destra (Berlusconi in testa) non avrebbero potuto accusare il governo di centro-sinistra di aver indebolito il governo Karzai con la trattativa per Mastrogiacomo, perché è difficile immaginare il presidente afghano più debole di quanto già non sia. L'informazione è una vittima della guerra, tanto più se preventiva. Senza informazione la guerra si allontana e si vedono meno anche i fallimenti di leader guerrafondai come Bush. Non a caso proprio negli Stati uniti la censura sulle notizie che arrivano dai fronti di guerra è molto pesante. E visto che non vogliamo essere eroi ma solo fare il nostro lavoro, dovremo rinunciare ad andare in Iraq, Afghanistan, Somalia, Gaza...?
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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