È un mondo parallelo. C’è un’America e c’è un’altra America. Eccola là, Joan Baez, sul fondo nero del grande palco dell’Auditorium a Roma, con la sua chitarra e la ‟band” di due giovani suonatori che a volte l’accompagnano con vari strumenti e il bel suono limpido della ‟folk music” americana. Eccola là che viene avanti dai decenni di una leggenda nata a Newport (1963), esplosa a Woodstock (1969) e mai scomparsa che dice: ‟Chiedo scusa per tutto quello che il governo del mio Paese sta facendo nel mondo”, e dice: ‟Questa canzone è stata scritta per chi muore in Iraq e in Afghanistan. Dedico questa canzone a Gino Strada”.
È un mondo parallelo. C’è Roma e c’è un’altra Roma. Qui, in questa Roma giovane e anziana, di mezza età e adolescente che viene all’Auditorium con uno striscione da stadio (che espongono in balconata) per dire brava a Joan Baez, al suo coraggio, alla sua tenacia, alla sua opposizione mai finita di donna sola contro la guerra, non c’è niente di ciò che vediamo in televisione. E infatti non c’è la televisione, non c’è traccia dei Tg o della Rai. Qui non c’è niente per Lele Mora e Corona, e infatti non ci sono fotografi, non uno di coloro che inciampano addosso a Bonaiuti o Schifani, non uno di quelli di vedetta continua al ‟Bolognese”.
Ci sono quasi tremila persone nell’Auditorium Santa Cecilia che affollano tutti i posti della sala più grande, sono qui per un passa-parola, un vasto brusio di pace che ha attratto, insieme, decine di coetanei di Joan Baez, un bel po’ di età media in carriera. E moltissimi giovani. Ti volti a guardare la sala con tutte quelle facce intente, entusiaste, commosse, che sanno le parole delle canzoni e - quando lei incoraggia - le cantano insieme, e puoi chiederti quanti altri cantanti, più giovani, ben celebrati, scortati da poderosi uffici stampa, case discografiche e presentazione nel Tg del giorno, riempirebbero ogni strapuntino di questa sala.
Ma ti guardi intorno e noti che la Roma che riappare ogni giorno, ogni sera in ogni Tg e Dagospia e fotine mondane come se fossero la cronaca del mondo, non c’era stasera. Non uno con la solita faccia da vincitore, non una con il trucco ‟da sera” che equivale a decorazione e grande uniforme. Perciò quando la Baez ha detto dal palco, come faceva ai primi tempi dei civil rights: ‟Ehi voi, laggiù, buonasera!” e anzi ha aggiunto ‟voi romani”, si è presa un grande applauso affettuoso da una Roma che - per i media - non esiste.
In quella folla ciascuno aveva un suo sogno e un suo ricordo. La prima volta che la voce di Joan Baez, con quel suono purissimo (‟splendente come una lama” aveva detto della esordiente diciannovenne il maestro Leonard Bernstein) aveva fatto alzare la testa e avvertito che un nuovo mondo giovane veniva avanti, coraggioso e inflessibile. ‟Un mondo di pace”, come ha cantato ancora stasera Joan Baez. Oppure la prima volta che l’hanno vista a Roma (1965, presentava alla Feltrinelli il mio libro Invece della violenza) o a Milano, al Teatro Lirico (1967, con Dario Fo che applaudiva in piedi) o al concerto all’aperto dell’Arena di Milano (1970) in cui, quando è scoppiato il temporale e io che presentavo il concerto, stavo dicendo ai ventimila del pubblico di non correre verso le uscite, ho detto per la prima volta - come si sente ancora dal disco - la parola ‟compagni”.
Joan Baez ha una idea. Comincia con Farewell Angelina che scuote la sera perché ricordo e nostalgia diventano veri, diventano adesso. E finisce, senza chitarra e senza la sua ‟band” con We shall overcome, some day, some day (noi ce la faremo un giorno), l’inno-preghiera di Martin Luther King del movimento per i diritti civili. Il vincolo che non si è mai rotto nel patto di pace fra una parte e l’altra dell’Atlantico, l’impegno di una umanità che intende sopravvivere senza progetti di distruzione continua o la gara spaventosa tra chi distrugge di più. Ma chi, adesso, Martin Luther King? E a chi la preghiera?
C’è una canzone di Elvis Costello (‟Porta a casa i soldati”, ripete a ogni strofa) che, Joan Baez dice, è indirizzata a Bush anche se è stata scritta molti anni prima, per il Vietnam. Canta canzoni scritte da lei (Sweet Sir Galahad) o scritte per lei (It’s All Over Now, Baby blue di Bob Dylan). Canta Il grande prato verde e C’era un ragazzo che come me... con la folla che canta insieme. Canta la canzone di Sacco e Vanzetti scritta per il film di Giuliano Montaldo, mentre stava a Fregene con Alice e con me e con il suo piccolo Gabriel, che adesso ha impiantato una piccola clinica e un centro di aiuto per i villaggi più poveri della Guinea e del Mali.
Joan Baez, ex diva, ex leggenda della musica americana che ha sempre una splendida voce (And a voice to sing si intitolava uno dei suoi libri) ed è sempre una leader e un simbolo intatto contro la guerra, ha questo da dire, e lo dice in una conversazione, sull’autobus in cui vive durante questo ‟tour” europeo (Berlino, Roma, Vienna, Zagabria, Praga): ‟Il Vietnam è stata l’opposizione di un Paese diviso, quasi tutti i giovani contro quasi tutti gli adulti. Iraq e Afghanistan sono una serie di eventi immensamente diversi. Questa volta le guerre sono combattute da eserciti professionali. Si arruolano i più poveri di ogni Paese. Perciò l’opinione pubblica si sveglia tardi e presta attenzione solo quando le cose vanno male. Ma quando le cose vanno male, come accade in Iraq, o prendono una brutta piega come in Afghanistan, non ci sono più ondate dopo ondate di soldati più giovani da mandare in guerra come coscritti. A un certo punto non ci sono più volontari, perché c’è differenza tra povertà e arruolamento per un massacro. Ma non ci sono più arruolamenti in America anche perché l’opinione pubblica se ne è andata, la Camera e il Senato (anche molti repubblicani ed ex sostenitori di Bush) se ne sono andati. Non so di quale America parlate voi quando discutete di questa guerra. Due terzi degli americani, e tutto il Congresso, questa guerra non la vogliono più. E per la prima volta la spaccatura è diversa: di qua Bush e Cheney e i suoi teologi. Dall’altra quasi tutto il Paese, cittadini e politici”. Pensava a questo, credo, mentre cantava We shall overcome con la folla dell’Auditorium di Roma. Una preghiera e una attesa.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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