Uno studente di 16 anni si suicida perché non ne può più dei compagni che gli danno del finocchio. Ma la preside della scuola che frequentava, intervistata dal ‟Corriere della sera”, sostiene che nei confronti del ragazzo ‟non c'era alcun bullismo né l'intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli”. La parola ‟bullismo”, carica di questi tempi di sfumature efferate, le sarà sembrata un po' eccessiva per definire i normali comportamenti di un gruppo di normalissimi ragazzini del tutto inconsapevoli del male che stavano facendo. In fondo, i cattivi di questa storia non spacciavano droga in classe, né avevano organizzato un racket di estorsioni sulle merendine o inviato su You Tube il pestaggio di un compagno disabile. Si limitavano a fare ciò che moltissimi loro coetanei maschi fanno abitualmente: dare del frocio a qualcun altro per confermare così sul campo la propria discutibile virilità. Se questo fosse considerato bullismo, andrebbe a finire che la maggioranza dei ragazzi sono bulli.
E in effetti è così. La selezione ‟naturale” adolescenziale ha le sue regole e la conquista di un'identità sessuale normale non è un pranzo di gala. Che ci sia qualche morto e ferito è inevitabile, così come è certo che i deboli e i non adatti sono destinati a soccombere. Sbaglierebbe però chi pensasse che tutto questo non abbia nulla a che vedere con l'ufficialità della pedagogia scolastica, come capita a parecchi insegnanti che cadono dalle nuvole quando scoppia il caso. L'istituzione scuola è anzi doppiamente responsabile del bullismo d'ordinaria amministrazione. In primo luogo perché non lo sa prevenire, stigmatizzandolo culturalmente e suggerendo modelli di comportamento alternativi. E in secondo luogo perché fornisce ai bulli in erba i chiodi per crocifiggere le loro vittime, dando del tutto per scontata la cornice dell'eterosessualità normativa con i suoi caricaturali cliché di mascolinità e femminilità. Ragazzi e ragazze che stanno sui banchi devono diventare veri uomini e vere donne come i rispettivi babbi e mamme, per questo vengono educati a non sospettare neppure che dietro gli stereotipi di genere esista una realtà più complessa e piena di sfumature espunte di proposito dal processo di apprendimento. Perbenisti di centrodestra e centrosinistra convergono d'altro canto sull'idea che fino al raggiungimento dell'età adulta i ragazzi debbano essere considerati tutti eterosessuali d'ufficio.
Ci sono gruppi di volontariato che cercano di combattere questa mentalità andando a parlare nelle scuole. E che spesso vengono tenuti alla larga in nome della decenza da presidi e genitori tutti d'un pezzo, o magari invitati a intervenire ‟in contraddittorio” con preti e/o psicologi reazionari in grado di opinare che chi non è sessualmente conforme è malato. Stupiscono perciò le lacrime di coccodrillo del ministro dell'istruzione Fioroni per il suicidio di un ragazzo sedicenne. Il ministro, che è un cattolico convinto in procinto di andare al family day, dovrebbe sapere che l'omofobia propagandata dalla chiesa ha i suoi prezzi.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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