‟Soldati!”, motteggiò l’imperatore Napoleone Bonaparte, pronunciando una delle sue frasi celebri, ‟dall’alto di queste piramidi, quaranta secoli di storia ci guardano”. Ma come fecero le piramidi, in particolare la Grande Piramide di Giza, ad arrivare così in alto, è uno dei misteri dell’umanità. Il faraone Khafu, che ebbe l’idea di farsi costruire una siffatta tomba, potè contare su migliaia di schiavi per vent’anni di lavori, senza interruzioni perché nel 2560 avanti Cristo non era ancora stato inventato il weekend. Non esistevano, tuttavia, nemmeno strumenti d’acciaio, carrucole, ruote: sicchè trasportare due milioni di pietre, alcune pesanti sessanta tonnellate, fino alla sommità della Grande Piramide, a 145 metri d’altezza, dovette essere un’impresa. Sul modo in cui la risolsero gli ingegneri dell’antico Egitto sono circolate teorie d’ogni genere, nessuna completamente convincente. Ora, dopo un decennio di studi, un architetto francese è convinto di avere la soluzione. E ieri l’ha anticipata in un’intervista all’Independent di Londra. Jean-Pierre Houdin afferma che un tunnel girava intorno alle pareti della piramide, salendo dall’interno fino alla punta; e quasi certamente ci gira ancora, perché sarebbe nascosto ancora lì, sotto quattromila anni di polvere del deserto. Con un’inclinazione tra il 5 e il 7 per cento, abbastanza largo da far rotolare verso l’alto - spinte da gruppi di dieci uomini - le pietre più grosse, il tunnel avrebbe permesso agli schiavi di erigere l’immensa piramide dall’interno, senza restarvi chiusi e sepolti dentro una volta terminati i lavori. Apposite aperture agli angoli della piramide consentivano a carpentieri, operai, ingegneri, di muoversi a proprio agio, respirare liberamente e verificare l’andamento dell’opera. La teoria più citata sulla costruzione delle piramidi, quella di una rampa esterna che girava intorno a Giza, presenta dei buchi logici: costruire la rampa, per dirne una, sarebbe stato quasi altrettanto difficile che costruire la piramide. Ebbene, dice ora Houdin, la rampa c’era, ma non fuori dalla piramide: dentro, scavata nelle sue viscere. E l’architetto è convinto di avere la prova: un test della microgravità di Giza, condotto nel 1986, rivelò una peculiare anomalia, una struttura di minore densità, a forma di spirale, dentro alla piramide. ‟Quel test è rimasto in un cassetto per quindici anni perché nessuno era in grado di darne una spiegazione”, osserva Houdin, ‟ma quando ho sovrapposto alla spirale i disegni delle mie simulazioni computerizzate, coincidevano perfettamente. è la dimostrazione che il tunnel non fu mai riempito, e che dunque esiste ancora”. L’idea sembra plausibile, commenta Neal Spencer, esperto di storia egizia al British Museum, ‟ma è improbabile che l’architetto francese potrà mai esibire la prova archeologica di avere risolto il mistero”. Difficilmente, infatti, gli odierni egiziani autorizzerebbero chicchessia a perforare una delle sette meraviglie del mondo antico, l’unica rimasta in piedi. Tanto più se si tratta di un discendente di Napoleone.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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